Sapete che cos’è i meme?

Io lo ignoravo fino a quando la settimana scorsa me l’ha spiegato niente di meno che Aidan Chambers!

Ebbene sì, il meme è il responsabile della lettura e della difficoltà di promuoverla e adesso vi spiego perchè, o almeno ci provo.

Il genetistica Richard Dawkins alla ricerca vana di un gene che controllasse gli aspetti culturali che caratterizzano ogni essere vivente, sì è dovuto arrendere riconoscendo da un lato l’inesistenza di un tale gene e dall’altro ha superato il problema creando il “meme” che con gene fa rima ma è il responsabile dei comportamenti culturali e risulta di molto più difficile trasmissione.

Il meme è infatti; Un’idea, un comportamento o un modello che si trasmette da persona a persona all’interno di una cultura. Il meme si propaga per imitazione di coloro che amiamo, ammiriamo, vogliamo emulare o desideriamo imitare per far parte della loro cerchia.
Una persona è portatrice di un meme ma non rappresenta il meme stesso.

La lettura quindi è un meme, coloro che si occupano promuoverla in ogni forma sono portatori del meme della lettura!

Bello, e se sul prossimo bigliettino da visita o brochure mettessi: “portatrice del meme della lettura?”

Scherzi a parte, questa faccenda del meme è una cosa seria e ci aiuta a comprendere, dal punto di vista anche neuroscientifico il perché la trasmissione della lettura è così difficile…di sicuro lo è di più della diffusione di una moda di qualche genere o di qualche comportamento sociale.

Il meme, abbiamo letto prima, si propaga per imitazione e fin qui ci siamo, lo sanno tutti che dove ci sono adulti che leggono i bambini leggono, per esempio nel caso della scuola pare che il livello di lettura dei bambini dipenda anche dal fatto che gli insegnanti leggano o meno, in classe ma anche nella vita privata.

Le difficoltà legate alla propagazione della lettura quindi sono, in quest’ottica fondamentalmente due e di due tipologie diverse:

1) i processi neuronali che la lettura mette in moto sono tra i più complessi in assoluto il che rende difficile l’apprendimento della lettura fino a quel momento in cui la padronanza del mezzo non scatenerà piacere, emozioni, curiosità tali da rendere automatico anche il processo cerebrale più complesso.

2) la lettura è una funzione del tempo e non vi è dubbio che nella nostra società e modernità abbiamo un qualche problema con l’uso e l’elaborazione del tempo, la velocità e rapidità dei contatti e delle connessioni va decisamente contro corrente rispetto al meme della lettura.

Come fare dunque? Gli elementi ricorrenti che senz’altro aiutano, posto che la ricetta magica aimè non è stata ancora trovata, secondo Chambers sono individuabili in:

1) presentazione di un setting adatto; lo spazio della lettura con libri adatti ai bambini a cui sono rivolti avendo cura di avere la possibilità di scelta (tra libri di qualità) tra libri che li portano nel passato prossimo dell’infanzia, che riconoscono pienamente il presente e traghettino verso il futuro. Il setting è anch’esso, mi viene da dire, una funzione del tempo in quanto non è pensabile l’allestimento di uno spazio dedicato alla lettura individuale o collettiva che non preveda un impiego del tempo.

2) lettura ad alta voce ad ogni età!

3) lettura individuale anche in classe, in gruppo, impiegando almeno 20-30 minuti di tempo al giorno che rappresentano il minimo necessario per entrare nella storia e far sì che quei processi neuronali che facciamo con tanta fatica si automatizzino un poco ripagati dal piacere.

4) discussione sui testi letti basata su regole definite, Chambers le racconta ne Il lettore infinito edito da Equilibri. A questa pratica, che l’autore chiama “Tell me” si rifà il progetto Nutrire lettori che Teste fiorite sta cercando di portare nelle scuole.

In una parola, anzi, in un’immagina questo è il reading circle

selezione – lettura – risposta del lettore – e al centro l’educatore!
Poiché almeno metà della popolazione per motivi culturali e non solo non ha nella vita privata possibilità di leggere da soli, è fondamentale che a scuola non solo si legga ma si consenta anche la lettura autonoma! Siamo nel nostro motto, di fatto; “non utopia ma vero servizio sociale!”
Che cambia? Perché darsi così tanto da fare?
Perché la lingua è ciò che ci crea. Le storie sono ciò che migliaia e migliaia di anni fa ci hanno fatto fare il salto evolutivo: la possibilità di immaginare per creare, sopravvivere, vivere la vita reale e quelle parallele e possibili.
Quando un bambino nasce è come se ripercorresse un po’ la strada dell’evoluzione, il suo cervello deve ingrandirsi per arrivare al disegno prima, alla scrittura e lettura dopo, ogni parola, ogni narrazione contribuisce a scavare canali sinaptici, nuove connessioni neuronali.
Semplifico, ma nemmeno troppo, dicendo che sono le storie fatte di parole e immagini che consentono al cervello di crescere, di ampliare le volute e quindi aumentare le competenze cognitive e quelle emotive. Si stima addirittura che la grande maggioranza delle parole che usiamo da adulti le abbiamo apprese entro i 3-4 anni….
Concluderò con una citazione di Chambers da un filosofo che amo molto, dal Tractatus Wittgenstein:

I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo

Più chiaro di così! Non possiamo immaginare nè provare ad andare in nessun luogo che il linguaggio non sappia dire per assenza di se stesso.

Sembra tutto molto complicato, mi pare, in parte lo è, l’abbiamo detto prima, i processi della lettura a livello neurologico sono tra i più complessi, tuttavia ne va di qualcosa di estremamente semplice: la qualità della vita quotidiana e della costituzione di una società che si fondi sulla possibilità di immaginare e sostenere nuovi patti sociali.