La scorsa primavera quando Fuori fuoco di Chiara Carminati, Bompiani, ha vinto il premio strega nella prima edizione ragazzi e ragazze mi pare che la notizia più diffusa, giustamente e anche comprensibilmente, sia stata proprio relativa all’esistenza di questo premio finalmente in una declinazione pensata per i lettori giovani.

Ma la vera notizia a cui vorrei dare nel mio piccolissimo scrittura oggi è relativa alla sorprendente bellezza di questo libro. Sorprendente perché non è poi così frequente incontrare una scrittura così pulita, fresca, leggera, liquida più che scorrevole, come è quella di Chiara Carminati in Fuori fuoco.
Se poi si pensa che il romanzo ha come ambientazione la prima guerra mondiale sul fronte friulano una tale luminosità di scrittura potrebbe colpire. Invece la straordinarietà di questa prosa è nell’aderire attraverso la tecnica i scrittura, la sintassi, il lessico, le figure retoriche (le metafore per tutte) al carattere dei personaggi, alla storia in sordina, fuori fuoco, appunto, che si va dipanando per i capitoli.

Le due bambine, di cui una ormai quasi ragazza, protagoniste Jole (Jolanda) e Mafalda portano in sé le caratteristiche che a ben vedere sono quelle della scrittura dell’autrice. Non c’è mai, neppure quando viene esplicitata dalla narrazione, violenza nella scrittura come non c’è nella percezione dell’esistenza delle due protagoniste. Se il filo conduttore della narrazione della guerra è la forza della vita è l’incalzare delle parole che ce lo dice, la storia di una generazione di ostetriche ante litteram, che ce lo racconta con tutta la dolcezza e la forza di cui l’uscita dall’utero materno è capace, La narratrice interna, Jole, ci avvicina alla realtà tragica con il suo filtro di ragazza, di chi, pur nel momento più terribile e infimo, vive un’età in cui volente o nolente la vita domina, ha il sopravvento, trascina. La vicinanza della sorella più piccola rafforza, anche negli interventi di dialogo, la vitalità della sorella. Gli altri due personaggi co-protagonisti sono due personaggi speciali, anche loro del tutto declinati nel senso della vitalità: zia Adele, anziana cieca che per mestiere faceva nascere bambini, e che ora, senza poter usare occhi, alleva relazioni, emozioni, fa emergere verità e storie mai sapute addolcendo il travaglio doloroso della conoscenza con la sapienza di chi ha assistito tanti parti; e Modestine a cui è dedicata addirittura la copertina del lirbo. Modestine è l’asino di Mafalda, animale simbolo in qualche modo delle specificità dei combattimenti della Prima Guerra Mondiale qui però riportato in un contesto di familiarità estrema.

L’intera narrazione viaggia attorno al concetto di fuori fuoco, dell’esser messi fuori fuoco in tutte le declinazioni che questo concetto ammette: Innanzitutto quella letterale: il fuori fuoco della fotografia, il romanzo vuole raccontarci cosa succede oltre il punctum, oltre il fuoco, sullo sfondo, là dove nessuno si prende il disturbo di andare a guardare. L’espediente delle fotografie che cadenzano i capitoli che sono al tempo stesso completamente vuote, grigie, eppure perfettamente descritte così da permettere poi a ciascuno di intravedere ciò che vuole nelle nebbie del fuori fuoco.
Il fuori fuoco dalla Storia e delle minime storie individuali. La scelta di narrare le vicende di due donne, per di più bambine, quando ogni attenzione è rivolta al fronte e non si sa come la vita faccia ad andare avanti con i soli donne e bambini nei paesi…
Essere fuori fuoco è però forse anche, in contesti come quello in cui ci mette il romanzo, un’opportunità: può dare la possibilità, a chi abbia la vitalità per farlo, di scovare sacche alternative di esistenza che si creano proprio là dove nessuno guarda perché impegnati a mettere a fuoco qualcos’altro.

Anche in questo l’espediente delle fotografie è davvero eccezionale: lascia di stucco all’inizio, quasi fosse un difetto dell’edizione, poi si insinua nell’immaginazione e vediamo ciò che la narrazione di Jole ci vuole far vedere. E’ un po’ come se le foto fossero scattate da un narratore onnisciente – che per siamo noi stessi nel momento in cui l’autore ci lascia il vuoto per immaginare il pieno che sta descrivendo! – mentre per tutta la narrazione abbiamo gli occhi di Jole. L’effetto è spiazzante, sorprendente. Il lettore ha la sensazione prima di essere “in prima linea”: è lì con gli occhi e il corpo di Jole, poi invece le foto lo scaraventano fuori fuoco.

Chissà come si devono esser sentite tutte quelle donne e bambini lasciati ai margini, sfuocati, mentre il mondo andava a fuoco. Scrivere è una risorsa grande per mettere a fuoco per un po’ ciò che era fuori fuoco, per far incontrare le storie e la Storia.

Chiara Carminati è una delle più importanti autrici del panorama italiano, le sua maestria è più che nota per quanto riguarda la poesia, lo vedremo un po’ insieme al prossimo incontro con lei il 12 novembre in Querini Stampalia, ma con questo romanzo, che del lavoro di ricerca delle parole tipico della poesia ha moltissimo a che fare, conferma una capacità sopraffina anche di lavorare con i mezzi proprio della prosa e del romanzo storico nel caso specifico.

Fuori fuoco è uno di quei romanzi che quando l’hai letto vorresti doverlo ancora incontrare per scoprirlo di nuovo. Chissà perché un testo del genere non potrebbe avere un premio per la letteratura tout court invece che tanti specifici per la letteratura per ragazzi, forse ha ragione Aidan Chambers che dice che i romanzi per ragazzi sono quelli come gli altri a con un ragazzo come protagonista. Forse è dunque una questione di prospettiva, di punto di vista.
Non ho ancora un’idea chiara in proposito, continuo a pensare che ci siano opere che non possano essere etichettate con per ragazzi o per adulti e mi pare che Fuori fuoco sia tra queste.