Quando mi fermo a guardare la me stessa bambina, ciò che sono stata da quando ho memoria, mi pare di essere sempre stata come sono adesso.

Nel profondo, intendo dire, mi sembra di essere la stessa bambina e di essere diventata ciò che pensavo di essere.

Per chi mi conosce questo è davvero un incubo, mi rendo conto, ebbene sì, ero già così da bambina… portate pazienza 🙂

Non mi ero mai soffermata a riflettere su questo rapporto virtuale con la me stessa bambina, l’ho sempre “solo” sentito, fino a quando ho avuto la fortuna di leggere Doppio blu di Bruno Tognolini, collana “Gli anni in tasca” di Topipittori. Ho scoperto allora che ci sono parole e modi straordinari anche per ritrovarsi nel racconto intimo di se stessi bambini. Ho scoperto allora che il blu che vedo se mi guardo indietro, o davanti quando torno piccola, quel doppio blu, non è il mare della mia Puglia ma il colore della fedeltà a se stessi.

Come prevede la collana in cui il libro è edito, l’autore racconta la propria infanzia, e il racconto di Bruno è quello di chi si scopre se stesso ora come allora,  coerente nel desiderio e nella realizzazione di chi essere.

Doppio blu è metafora e chiasmo allo stesso tempo, un meraviglioso gioco di retorica come quelli che Tognolini ama tanto mettere di nascosto dall’orecchio del lettore nelle sue filastrocche, un gioco di retorica che si specchia nel gioco narrativo che a sua volta è forma del gioco di strada, del gioco di parole, del gioco di mani e parole preludio e senso di una vita da filastrocchiere.

A capitoli di racconto di ricordi in terza persona in cui, come due personaggi, l’adulto racconta IL bambino (l’adulto narratore onnisciente perché lui sa già com’è andata a finire la storia iniziata da piccolo); si alternano capitoli in corsivo in cui l’io di ora, l’adulto, seduto sulla spiaggia a guardare il mare col cane, scopre man mano (grazie al dialogo col cane che parla…e come parla!…che cosa dice!) il segreto del mare blu che se lo vedi da vicino è trasparente ma che, se lo vedi da lontano, goccia su goccia, in verità è blu.

Quel blu che vede chi sta sulla spiaggia (io ora) ma anche il blu che vedeva chi stava sulla spiaggia tanto tempo fa (io allora).

Il bambino vede solo 1 blu, pensa al futuro ma non può sapere cosa sarà di lui da grande, può sognare e desiderare. → 1 blu

L’adulto vede se stesso di ora e di allora, può tirare le somme e se facendolo incontra se stesso bambino allora vede doppio → 2 blu

Che potere e che cosa magnifica scoprirsi fedeli a se stessi, avere memoria di ciò che si è stati, e poter veder il doppio blu.

Fedeli a se stessi come…come un cane è fedele al padrone ed infatti è un cane che filosofeggia col padrone un po’ tardone a dire la verità. Quel cane che, quando finalmente è riuscito col ragionamento maieutico a far comprendere al padrone questa faccenda del doppio blu, si tuffa in mare e scompare…lui…che era ciò che l’uomo era, l’infanzia, capace di pensieri grandi come di correre dietro ad un bastoncino.

Tutto questo in una forma narrativa, nelle parti corsive di dialogo, improntata all’ironia in cui alcuni passaggi sono divertenti, arguti e smorzano, permettendoci di accettarla con più facilità, la complessità delle rivelazioni del cane.

Chiuso il libro ho pensato…grazie a chi trova le parole per dire ciò che vivo.

Poi però ho pensato…qui c’è il nodo, lì dove infanzia e “adultità” si scollano e…il mondo si guasta, perdiamo il senso non dell’infanzia e della sua importanza, bensì, perdiamo il senso di noi stessi e della fedeltà a ciò che siamo e questo mi pare faccia davvero la differenza nello stare al mondo.

L’augurio più grande che si possa fare ad un adulto è di vedere il doppio blu.

L’auspicio più grande che si può fare al lettore ragazzo è che i libri lo aiutino, un giorno, a vedere il doppio blu.