Quando un autore scrive, così come quando un illustratore (ma io chiamerei autore anche l’illustratore) sceglie sempre di volta in volta come farlo, che piega dare, che voce dare al racconto. 

Eppure ogni volta c’è sempre una cifra stilistica che pur nella variatio, che ci deve essere da libro a libro, ci dice che quell’autore, quell’illustratore, è proprio lui. 

Di solito si riescono a smascherarli per come si camuffano, o meglio, per come scelgono di camuffarsi per narrare una storia.

La cifra stilistica della scrittura di Antonio Ferrara, a mio parere (non li ho letti proprio tutti tutti i suoi moltissimi libri ma una buona percentuale sì), è la scrittura in prima persona.

La sua è una scelta narrativa che non mette mai un narratore onnisciente né che ama usare la terza persona, come nelle storie, nelle fiabe. La sua è una scelta narrativa che punta a mimare il più possibile la realtà con una impeccabile, di volta in volta, prima persona.

Quello che Ferrara tenta di fare non è raccontarci una storia ma farci sentire quella persona che quella storia la sta vivendo. Farci mettere in toto nei panni del protagonista, meglio ancora se un protagonista piuttosto improbabile di cui vestire i panni.

E allora ecco che il punto di vista, di volta in volta, di ciò che sentiamo lontano per motivi temporali (come per esempio nel caso della storia di Bartali raccontata in La corsa giusta, Coccole books) o anagrafici e di ruolo (come nel caso de La maestra è un capitano, ancora Coccole Books) o addirittura morali (penso a Mia, Settenove o a Ero cattivo, San Paolo) ci si avvicina a tal punto da mettercisi addosso, farci sentire come sente il protagonista.

Se il protagonista di una narrazione è un qualche modo sempre l’eroe di quella narrazione, Ferrara ama prendere le parti di eroi improbabili perché spesso scomodi. In Mia, ad esempio, che è il risultato di un’interessante progetto sulla violenza sulle donne, la voce non è quella della vittima bensì quella del carnefice.

Già, siccome mostri non ne esistono per davvero, almeno nella realtà, quello che la letteratura può fare e farci sentire l’umanità anche là dove pare non esserci e poi seguirla fino a dove si stacca da se stessa per diventare altro. Reato, nel caso di Mia o in caso anche di altri protagonisti. 

Nel prendere la voce dei suoi personaggi Ferrara mima il dialetto, le cadenze, le sgrammaticature o, al contrario, la sorvegliatezza del linguaggio (se si tratta di una maestra); penso a come parla Bartali in cui il toscano si sente forte e chiaro e se lo si riesce a leggere ad alta voce dà anche tutto un altro effetto al racconto. 

Se un autore decide come raccontare, a maggior ragione decide cosa raccontare, anche quando la scrittura può essere su commissione è l’autore che sceglie se ci si sente in quel progetto o meno. 

Ferrara si sente a suo agio in racconti che abbiano sempre un fortissimo legame con la realtà e con i temi sociali. Nella sua vasta bibliografia troverete libri sui migranti che sbarcano a Lampedusa (Semplicemente Eroi. Casa Lampedusa, Einaudi Ragazzi), la Shoah (Cuori d’ombra, Salani), i ragazzi kamikaze (Mangiare la paura, Battello a Vapore) l’adozione (Nemmeno un giorno, Il castoro bambini) e tantissimi altri.

Ma la scrittura di Antonio Ferrara fortunatamente, se ama lavorare anche, non solo eh, su temi importanti, è scrittura, letteratura a tutti gli effetti. Innanzitutto c’è la narrazione che non emana puzza di insegnamento né di adulto. Anzi, i suoi libri se emanano puzza è quella di bambini, di ragazzi, specie nel caso di libri per adolescenti.

Nei giorni dei Dialokids a Trani Antonio Ferrara incontrerà moltissimi ragazzi e io cercherò di non perdermi un incontro e di raccontarveli perché sono moltissimo curiosa di vederlo a lavoro dal vivo. In parte lavorerà sul suo ultimo nato Se saprei scrivere bene scritto con Filippo Mittino e dallo stesso Ferrara illustrato (anche quando illustra scrive in prima persona :)) edito da Coccole Books. Un manuale di scrittura per ragazzi e non nato dall’esperienza nel carcere di massima sicurezza di Novara.  Che ne verrà fuori con i ragazzi? Lo saprete il 21 e 22 settembre intanto una cosa è certa:

la bellezza, con le parole, salva!