Il gusto dei bambini

“A mio figlio questo libro non piace.”

Sarà capitato anche a voi, come a me, di sentire qualcuno che obietta ai libri scelti o proposti dal libraio o dal bibliotecario o dall’insegnante a seconda dei casi, sostenendo che a suo figlio non piacciono dunque…

dunque cosa?

Quanto e come conta il gusto dei bambini nella valutazione e nella scelta di un libro?

Che libri leggono i bambini?

Quali sono i libri che piacciono ai bambini?

Parto da un’ovvietà che vale la pena di ribadire:

il lettore (qualunque età abbia) ha il diritto di leggere ciò che vuole!

Detta questa incontrovertibile verità, questo non vuol dire affatto che ciò che non piace ad un singolo lettore non è un buon libro, nè che il gusto del lettore sia sufficiente in alcun modo a valutare il libro in questione.

Torniamo alla vexata questio tra qualità e gusto: anche per quanto riguarda il lettore bambino un conto è il gusto personale, un altro è la qualità del libro che gli si propone.

Mi pongo frequentemente questa questione perchè a casa mia cerco di far girare libri di ottima qualità che tuttavia non sempre i miei figli amano. A volte, lo ammetto, mi dispiace quando, come dire, non trovo in loro rispecchiato il mio pensiero riguardo quel libro, altre, mi rendo conto che non si tratta di “gusto” ma di difficoltà di espressione o di accettazione della storia letta.

Mi spiego meglio.

Non sono affatto convinta che quando un bambino, naturalmente qui l’età fa la differenza, dice che un libro non gli è piaciuto sia esattamente così.

Per esempio moltissimi sono i bambini che dicono di non apprezzare testi o anche cartoni che lo mettono davanti a temi che fatica ad affrontare, o a narrazioni perturbanti.

Vuol dire davvero che “non piace” quella storia o che il gusto viene usato come termine neutro per dire, non riuscendo a razionalizzare, riconoscere e verbalizzare questo processo, che quella storia mette in qualche modo in scacco la sensibilità del lettore?

Faccio un esempio che mi pare semplice: è assai difficile che un un bambino dica esplicitamente che gli piace un sacco un libro in cui in mezzo c’è una morte, o una scomparsa o un avvenimento tragico che mette in movimento le emozioni profonde. 

Però poi si scropre invece che il lettore di quel libro, anche se l’ha voluto ascoltare solo una volta, rammenta ogni singolo dettaglio delle illustrazioni così come della narrazione; che la sua attenzione non solo non era distratta ma era completamente focalizzata. Certo, per necessità si mette distanze e il “non mi piace” mette distanza, ma non credo che questo sia il punto.

Al lettore, specie al lettore piccolo o giovane, va proposta ogni tipo di narrazione di qualità lasciando poi l’assoluta libertà di scelta e al tempo stesso senza prendere l’espressione di gusto personale come indicativa di un gusto reale nè, tanto meno, della qualità del libro.

Per altro in tutto questo moltissima differenza la fa il contesto. Sarà capitato anche a voi di notare, ad esempio, che le letture proposte dalla maestra o colte al volo in qualche occasione, sono accolte molto di più e molto meglio di quelle fatte in casa. Un po’ perché il luogo, l’autorevolezza del lettore, i compagni di lettura ecc. fanno la differenza, ma anche un po’ perchè al di fuori del contesto familiare si è più pronti ad accogliere le differenze, le novità e gli imprevisti.

Anche per questo le occasioni di lettura in primis a scuola ma anche in altre sedi sono occasioni importanti per incontrare non solo libri diversi ma soprattutto per permettersi di sperimentare emozioni diverse!

Aidan Chambers su questo punto torna spesso: mai chiedere alla fine di una lettura: “ti è piaciuto il libro” “perché” ecc. ecc. Lasciamo al lettore la possibilità di non esprimere un gusto immediato, non tutto, tanto meno le storie, si possono racchiudere in un mi piace o non mi piace anche se la nostra comunicazione social ci sta sempre più abituando esattamente a questo, no?

Mica siamo nell’arena dei Leoni!

Ecco perché così poco mi piacciono le schede di lettura che si continuano a fare a scuola. Pensiamo alla fatica di un bambino lettore. Bene. Adesso pensiamo alla fatica di un bambino non lettore che oltre allo sforzo iniziale di dover leggere deve anche trovare modo di esprimere un’emozione a parole scomodando il famigerato “gusto”.