L’ho finito ieri sera, poco più di dodici ore fa, me lo sono bevuto in due giorni, tutto d’un fiato e, a differenza di come faccio di solito che lascio sedimentare i libri prima di scriverne, oggi non resisto e vi racconto il viaggio (mio) Nelle terre selvagge con Brian di Gary Paulsen edito da Piemme.

Il titolo fa venire subito in mente un gran bel film uscito ormai dieci anni fa (mi parevano molto meno): Into the wild, ve lo ricordate? Raccontava la storia di un ragazzo che va in cerca di se stesso e di una vita autentica cercando di sopravvivere nella natura selvaggia…

Il protagonista del libro, con quello del film, non ha nulla in comune: Brian non ha scelto di trovarsi da solo perduto nel mondo naturale delle foreste Canadesi, non ha scelto di allontanarsi dalla famiglia e non ha scelto la disintegrazione della sua famiglia d’origine.

Brian ha 13 anni, i suoi genitori hanno divorziato e lui si sta recando con un aereo privato a trovare i padre che lavora in un luogo sperso dove si occupa di estrazione di materie prime. Il pilota ha un infarto ( e leggetevi le prime pagine con la descrizione dell’infarto perché merita) e il ragazzo da solo nel velivolo cerca un modo per non schiantarsi prima e per sopravvivere poi. Finita la benzina l’aereo precipita, Brian riesce a dirigersi verso un lago e a rallentare lo schianto con alberi e poi con l’acqua. L’aereo nel contatto con l’acqua si inabissa e Brian fortunatamente si libera dalla cabina e risale, i polmoni quasi gli esplodono, bene acqua e esce all’aria vomitando e nuotando fino a riva solo per istinto di sopravvivenza.

Comincia qui la storia di Brian, ragazzino con solo un’ascia in mezzo al nulla naturale. Quanto ci metteranno i soccorsi a trovarlo?

Lo troveranno?

Come si sopravvive alla sete? Come alla fame e agli insetti, e al freddo, alle Alci che si rivelano ben più pericolore di Orsi e Lupi, e ai tornado quando non si possiede nulla?

Giorno dopo giorno, Brian ne vive ben 52 così, l’essere umano inurbato ritrova, anzi reinventa, l’essere umano pronto a tutto per sopravvivere. Scopre che l’autocontrollo è fondamentale, che l’ascolto vale più della vista, che la natura è tanto bella da lasciare senza fiato e che, soprattutto, in natura non si può essere pigri. Motore mobile della vita è la fame.

Brian può aspettare, lasciarsi morire (ci proverà per una volta quando un aereo passerà sopra di lui, in cerca di lui, senza notarlo) o darsi alla vita in una lotta alla pari.

Quando ogni speranza di essere ritrovato svanisce Brian smette di passare il tempo in attesa dei soccorsi e si ricostruisce una vita, ogni piccolo errore, il capitolo sui piccoli errori è magnifico, lo paga caro quasi quanto la vita. Non ci si può sbagliare, in natura, non si può abbassare la guardia, mai…eppure in cambio la vita ripaga. Incredibile a dirsi ma così è…e credo sia davvero così. Ogni conquista è la conquista dell’essere umano sul caos, sul caso. Ogni disfatta è una lezione da cui imparare, se si è sopravvissuti.

Brian ha una buona dose di ottimismo, a saperlo vedere, e lui lo sa vedere: anche la cosa peggiore serve per farlo andare oltre.

La rabbia che cova dentro, l’autocommiserazione e tutti quei sentimenti da ragazzo uguale a tutti i ragazzi che abbiamo nelle nostre case, lasciano il posto alla pazienza e alla concentrazione, ovvero alla selezione dei sentimenti e soprattutto dei sensi utili a sopravvivere a discapito di quelli che invece la vita la avvelenano anche là dove basta entrare in un negozio per avere da mangiare.

Persino il disastro peggiore – il tornado che si abbatte proprio lì dove si è stabilito Brian – si rivelerà salvifico. Brian perde arco, arpione, scorte di cibo, porta d’ingresso della grotta, fuoco e tutto ciò che faticosamente si è costruito e conquistato a forza di errori. Ma quello stesso disastro, nel rovesciare le acque del lago, ha ritirato fuori, a 2 ore di nuoto da lui, la coda dell’aereo.

Proprio quell’aereo da cui tutto è partito, in cui ancora c’è il cadavere del pilota legato alla cintura di sicurezza, in cui ancora c’è…il kit di sopravvivenza.

Non vi racconto come accade che Brian vince la sua lotta persino con la carlinga dell’aereo, leggetelo perché merita, fatto sta che guadagna: un pentolino, delle esche per il fuoco, cibi liofilizzati, un sacco a pelo, un materassino, delle medicine, una radio e un fucile.

La felicità del cibo è inenarrabile, quella invece per il fucile no. Brian, nel momento in cui recupera pezzi di civiltà, chiamiamola così, che possono decisamente migliorargli la vita in quelle condizioni estreme, capisce che sta perdendo se stesso. O meglio, sta mettendo a rischio quel se stesso così faticosamente conquistato che sa battersi alla pari, o almeno al massimo possibile, con sua maestà la natura e con la vita. Astuzia contro astuzia, adrenalina contro adrenalina, niente scorciatoie con la polvere da sparo, nessun gioco facile. Perché? Non credo solo per un motivo etico, anzi, non so proprio dire se questa componente ci sia nel racconto, credo piuttosto perché Brian adesso sa che ciò che facilita fa abbassare l’attenzione, e dove l’attenzione cade e il cervello si rilassa, lì ti puoi giocare la vita.

Mentre Brian si gode il pasto liofilizzato un aereo arriva, richiamato dalla radio che il ragazzo pensava rotta.

Il pilota capisce subito che si tratta del ragazzino che hanno smesso di cercare pià di un mese prima. Brian è talmente sorpreso dalla vita, ancora una volta, da non avere parole, fino a quando…invita il pilota nel suo rifugio a mangiare qualcosa…Siamo al rovesciamento del punto di vista!

Brian non corre tra le braccia del salvatore, ma accoglie lui il pilota nella sua cosa poiché adesso sì, il mondo è davvero casa sua, più che del pilota.

Un romanzo da far trattenere il fiato. Mentre lo leggevo mi sono chiesta perché la narrazione fosse in terza persona a focalizzazione zero invece che in prima persona, un “io” avrebbe reso il tutto ancora più forte. Ma poi ho capito: una prima persona ci avrebbe dato la certezza che Brian si sarebbe salvato. A meno di non voler pensare ad un diario post mortem…ma non è questo il genere.

La terza persona fino all’ultimo ci lascia in bilico e anche quando quasi quasi ci dispiace un po’ che arrivino i soccorsi, ormai siamo sicuri che Brian ce l’ha fatta, il narratore invisibile interviene a riportarci alla realtà, siamo stati con i piedi per terra fino all’ultima pagina, non vorremo mica staccarli proprio ora! Brian come avrebbe fatto d’inverno, con il freddo e le prede che scarseggiano e il lago che ghiaccia?

Sì, le cose sono andate nel migliore dei modi, e dirlo ad uno che è rimasto 52 giorni disperso nelle terre selvagge vuol dire davvero aver assunto un punto di vista diverso sulla vita.

Cercatelo e leggetelo assolutamente, io ringrazio Antonio Ferrara che me l’ha consigliato!