Ero cattivo,

non lo sono più?

Ero cattivo

e ora? Sono buono?

Ero buono prima di essere cattivo?

Ero cattivo e poi…

Ero cattivo, il titolo del romanzo di Antonio Ferrara (San Paolo editore) che nel 2012 ha vinto il premio Andersen italiano come miglior libro sopra i 15 anni, è un titolo impegnativo e che contiene in sé una promessa di narrazione.

L’imperfetto è per eccellenza il tempo narrativo, il c’era una volta di ogni fiaba che si rispetti che colloca in un tempo e luogo indefinito, l’ero del protagonista Angelo che invece in un tempo ed in un luogo definiti e collocati fa i conti con l’imperfezione non del tempo verbale ma di se stesso. Una imperfezione dolorosa con cui dolorosamente Angelo non riesce a fare i conti e che sempre più rapidamente lo porta verso guai enormi.

Come dice sempre Antonio Ferrara – che con i ragazzi ama stare e che i ragazzi ama ascoltare incontrando i propri lettori reali presenti e futuri tutti, sempre, come lui, come tutti noi, imperfetti – quello che gli piace fare con i romanzi per ragazzi è creare dei personaggi plasmati il più possibile sui suoi lettori reali e poi mettere sulla loro strada un macigno e restare a guardare come se la cavano. Donare le parole migliori per raccontare non l’aggiramento ma l’attraversamento dell’ostacolo.

Antonio Ferrara ha il romanzo di formazione nel sangue e per fortuna la sua scrittura e consapevolezza narrativa sono tali da evitare pedagogismi, e da riuscire a ricreare una scrittura parlata, rapida e imperfetta com’è la lingua dei suoi lettori ragazzi e ragazze. L’autore sfrutta al meglio le potenzialità della letteratura come educatrice silenziosa e chi ha orecchie per intendere intenda, per tutti gli altri lettori la vita di Angelo e degli altri personaggi diventa una vita parallela.

Angelo è un ragazzo di dodici anni che si infila un guaio grande come una casa (la fortuna a dire la verità non è nemmeno tutta dalla sua parte) e invece del riformatorio finisce in una comunità di recupero gestita da un prete matto che non sgrida mai, che sorride ogni volta che può e che disegna il futuro ritraendo il presente.

Nella comunità Angelo abbassa la guardia della cattiveria, piano piano, giorno dopo giorno, scopre di avere un desiderio e che quel desiderio è un desiderio di cura. Lui, che non è mai stato oggetto di cura, che i genitori non vogliono più, che della cura ha sempre avuto sprezzo, desidera una creatura di cui prendersi cura, a cui dare ciò che può: la sua bontà che da qualche parte deve pur essere finita.

Non sarà mica nato cattivo, Angelo!

Cattivi si diventa? Come? E buoni? Si nasce buoni o si diventa?

Ma soprattutto, che senso ha usare le categorie di “buono” e “cattivo”?

Ero cattivo si direbbe un romanzo manicheo e dall’andamento scontato, il titolo già ci promette qualcosa, il lettore parte pronto.

E così però non è.

Capitolo dopo capitolo, brevissimi, perfetti per esser letti tutti d’un fiato (e vi risparmio l’esilarante spiegazione di Antonio del perché li scrive così brevi), comprendiamo, leggiamo, che buono e cattivo non vogliono dire niente, che ciò che conta è l’identità, la dignità, la forza. Sospendiamo il giudizio verso Angelo e i suoi compagni di comunità (non tutti stinchi di santo evidentemente) mentre sospendiamo l’incredulità e sentiamo sulla nostra pelle il sole e la neve come se stessimo lì con loro.

Le caratterizzazioni dei personaggi sono imperfette, le linee non tutte dritte né tracciate, la narrazione non procede proprio come ce l’eravamo figurata, spesso ci sorprende per tecnica e contenuto.

Meno male!

Ero cattivo è un romanzo forte, rapido, vivo della vita con le sue tragedie, le sue gioie e le sue routine, estremo come estremi sono i modi di sentire dei ragazzi a cui Antonio Ferrara cerca di parlare.

L’happy end? Valuterete voi se c’è, se è pieno, se è vuoto e soprattutto se esiste mai davvero …nella vita, prima ancora che in Ero cattivo.