Il libro di cui parlerò oggi è Fiato Sospeso, di Silvia Vecchini e Sualzo. Mi è stato consigliato, quindi fino a ieri non avevo la minima idea di cosa avrei letto.

Una cosa che mi piace di quando compro un fumetto senza sapere nulla né della storia, né degli autori, è la possibilità di farmi grandi congetture. A cominciare da chi la storia l’ha ideata e messa in pratica: cercare di evincere aspetti del carattere dalla trama e anche aspetti estetici dell’autore da come disegna (basti pensare ai lavori di Gipi, per esempio).

Per non parlare di come, quando inizia la storia, io cerchi subito di capire come si svilupperà e andrà a finire, cercando di captare ogni piccolo dettaglio e indizio; ma questo suppongo capiti a molti. Eppure spesso queste congetture sono quelle che ci portano ad apprezzare di più o di meno un’opera. Ci si crea una storia che per noi è lo sviluppo migliore possibile e probabilmente si rimarrà delusi se non sarà come ipotizzavamo. Il lavoro dell’autore è quindi quello di assecondare il più possibile le nostre aspettative, o proporre un finale completamente diverso, in grado di stupire e stravolgere le nostre idee.

In questo caso per me è accaduta la seconda possibilità. Avevo fatto l’ingenuo ”errore” di leggere la dedica del libro e già dopo un paio di tavole ero convinta di aver capito tutto della storia, ma mi sbagliavo di grosso.

Quello che si incontra qui non è la storia di una malattia, come credevo, ma la storia di una ragazzina delle medie. È anche vero che soffre di un’allergia che la indebolisce e le impedisce di fare diverse attività comuni per i ragazzi della sua età, ma questa non è affatto la protagonista, anzi, della malattia di per sé si parla molto poco. Le scene dal medico sono molto brevi e prive di informazioni tecniche e questo permette di lasciare molto spazio.

L’intera storia lascia oscuri molti aspetti della vita dei personaggi. Questo non è certo per lacune nella trama, ma per permettere a chi legge di inserire anche la sua vita in questi spazi bianchi. Tutti nella loro esistenza hanno avuto la loro “allergia” che li ha resi (o li ha fatti sentire) diversi dagli altri. Sono presenti qui tematiche caratteristiche dell’adolescenza come l’amicizia o le speranze per il futuro, per questo non si distanzia da nessuno di noi.

[SPOILER]

 Mi sa che devo smetterla di leggere fumetti con finali catastrofici, perché ormai li vedo ovunque! Infatti anche questa volta avevo toppato alla grande. Il libro fa parte di una collana della Tunuè per i giovani e quindi c’è il rischio di pensare che il libro porti ad un finale felice e di illusoria speranza. Nessuna illusione, ma anche nessun finale drammatico. Anche in questo caso l’autrice ha scelto di lasciare molta libertà al lettore, grazie ad un finale aperto, in cui la speranza c’è, ma non c’è la conferma di un futuro migliore per lei. Potrebbe essere guarita, ma magari no.

Di sicuro ha imparato un nuovo modo per approcciarsi alla sua allergia, con meno paura e accettando supporto da parte di chi le è vicino.

[FINE SPOILER]

Non si può dire che con questa recensione io abbia dimostrato grandi capacità di intuito, ma di sicuro è meglio così. La storia è sicuramente più originale di quella che mi ero costruita in testa. Anche se sarei curiosa di scoprire quanti elementi sono stati portati dalla vita reale e quanti sono originali, per pura curiosità personale.

Infine ho apprezzato molto la scelta di aggiungere a fine libro i pensieri appuntati durante la storia dalla protagonista. In teoria erano solo suoi, ma è per questo che forse risultano ancora più interessanti!