Lo scorso weekend ci siamo immersi negli albi illustrati, nelle parole e le immagini e nella loro relazione e correlazione, grazie ai corsi di Luca Tortolini e Anna Forlati.

Riprendo alcuni spunti dell’incontro con Luca sulla teoria della narrazione.

Umberto Eco una volta ha detto che la cultura è ciò che resta dopo che si è dimenticato ciò che si è imparato, affermazione quanto mai utile per tirarsi su di morale quando non ci ricordiamo di qualcosa appresa in passato…

Tra le teorie che devono essere digerite e dimenticate, ma che è sempre bene conoscere, c’è quella della struttura e della costruzione dell’avventura.

Una specie di teoria di Propp che si applica dal mito al cinema. Un moderno formalismo, una continua necessità di strutturalismo, a cui ha dato trattazione sistematica Christopher Vogler, sceneggiatore americano famosissimo.

L’idea è presto esemplificata dall’immagine del cerchio che riproduce il mondo ordinario e straordinario. La storia scaturisce dalla soglia di passaggio tra i due mondi il cui attraversamento viene sollecitato da un richiamo all’azione.

Se provate a sovrapporre, come carta da lucido,  il circolo del viaggio dell’eroe a

– miti classici

– fiabe

– romanzi di formazione e di appendice

– film e animazioni

ci ritroverete la struttura portante della narrazione.

Diciamolo meglio: ci troverete la struttura portante di una narrazione circolare di tipo molto semplice.

Là dove la narrazione diventa letteratura il cerchio prevede molti scarti, uscite zigzaganti, ascendenti e discendenti, che facilmente faranno percepire quanto lo schema stia stretto alle storie letterarie.

Provo a chiarire ulteriormente: il tipo di struttura in cui Vogler si sente a suo agio e riesce a far sentire a proprio agio tanti, tantissimi, decisamente troppi, autori e sceneggiatori, funziona benissimo per la letteratura (e per il cinema) di genere in cui, a prescindere dalla qualità (che evidentemente fa sempre la differenza) il movimento narrativo si riproduce sempre simile lungo il viaggio dell’eroe. 

Interessante che abbia voluto cercare di richiamare questo tipo di forma teorica Luca Tortolini la cui scrittura, a prescindere dalla formazione da sceneggiatore, non ha molto a che spartire con questi tipo di percorso. Sì, ne La volpe e l’aviatore la struttura ciclica torna, ma credo che lì sia stata anche inconsapevolmente necessitata dal confronto implicito con la letteratura di viaggio e con il “classico” del Piccolo principe. La scrittura di Tortolini, come ha benissimo scritto Carla Ghisalberti, è una scrittura modulare e ripetitiva che per questo riesce particolarmente bene, nei pochi libri sin qui pubblicati, nella narrazione “a catalogo”, basti pensare a Le case degli altri bambini.

Nel circolo del viaggio dell’eroe, nella dinamica stretta che fa procedere verso l’obiettivo affrontando ostacoli, credo potremmo far rientrare ben poca letteratura del Novecento, tanto meno quella del postmoderno, in cui anche solo la figura chiave dell’antieroe fa girare il cerchio al contrario e scambia le carte narrative in tavola.

E se pensiamo che la grande quantità di letteratura di albi illustrati è figlia diretta del secolo breve e del postmoderno…arriviamo facilmente a ridimensionare l’importanza delle teorie di costruzione narrativa, il famigerato storytelling, almenoper quanto riguarda la strutturazione del contenuto.

Certo, prima di trovare la propria voce, familiarizzare con le voci millenarie dei racconti è assolutamente necessario e imprescindibile, ma poi la scrittura deve prendere un altro corso. Un corso in cui, nell’economia delle teorie che sottendono la costruzione narrativa, acquistano peso maggiore quelle di definizione degli attori della comunicazione narrativa, più che la costruzione dell’argomento narrativo.  

Siamo sempre lì, non è il cosa, ma il come lo racconti a far la differenza. 

E’ la forma che fa la differenza non il contenuto. Ed in questo la teoria del viaggio dell’eroe si colloca a metà tra forma e contenuto in quanto cerca di dare forma al contenuto. Ma la forma il contenuto la prende dalla scelta della tipologia narrativa, del ruolo della scrittura, del rapporto tra le parti del discorso, più che dal contenuto del messaggio narrativo.

L’arco di trasformazione del personaggio, come recita il titolo di un saggio di Dara Marks, che sottende il viaggio dell’eroe, riprende direttamente la teoria proppiana, governa lo storytelling e vive della schematizzazione delle stratificazioni della storia delle storie. 

L’arco di trasformazione del personaggio è quel percorso che il personaggio (presunto eroe della narrazione) intraprende in se stesso nell’arco di tempo dello svolgimento della storia ed ha come punto di partenza la domanda drammaturgica. 

La domanda drammaturgica è il motore della narrazione che dovrebbe far scattare l’invito all’azione: è quella domanda implicita a cui la narrazione dovrebbe dar risposta. Si tratta di una di quelle strutture fondamentali della costruzione narrativa ma che da sola non rende e non basta, deve entrare in dialettica con tutti gli elementi della comunicazione narrativa assai più complessi e necessitanti per le scelte tecniche di scrittura come, ad esempio, le parti del messaggio letterario che, seppure non governano la trama, costituiscono l’anima stessa della scrittura. Mi riferisco alla cognizione dell’autore implicito e del lettore implicito, alla scelta della persona narrativa e della focalizzazione, del narratore ecc. ecc.

La domanda, a questo punto, come sempre, mi si pone spontaneamente: è necessaria questa consapevolezza teorica?

Secondo me sì e i bravi autori la introiettano, sebbene spesso a livello inconsapevole.

La domanda drammaturgica da cui la narrazione (non tutta) prende origine e che dà il la alla storia poi si modula e si sviluppa in un contesto ampio che tiene conto del lettore implicito e che costuisce il messaggio letterario in maniera non necessariamente circolare.

Se è vero che la tecnica è più forte del contenuto è sempre bene averla sulla punta delle dita per una cultura profonda, quella in cui, di tutte le teorie, puoi in fin dei conti fartene un baffo e mandarle nello sgabuzzino della mente.