L’anno solare 2017 per il gruppo di lettura “Libro peloso” curato da teste fiorite si chiude con un incontro dedicato al nonsense, agli albi illustrati attraversati o interamente costruiti sul nonsense.

Io, lo ammetto subito, ho più di un debole per questi libri e aspettavo questo incontro del gruppo proprio per avere l’occasione di ragionare insieme un po’ di più su questa straordinaria potenzialità creativa, letteraria, data dal sovvertimento della logica corrente, del senso riconosciuto, del reale e dell’atteso, in una perola, del senso.

Chi mi conosce sa che, aimè, sono piuttosto “quadrata”; una mia carissima amica una volta mi ha detto che sono addirittura cubica… e in questa me così apparentemente contenuta e controllata la passione per il nonsense andrebbe forse psicanalizzato…ma tant’è!

Detto questo partiamo dall’inizio:

Ma che cos’è il nonsense?

Un nonsense è un componimento in prosa o in poesia in cui la trama, un personaggio o una parte del tutto, presentino una struttura non riconducibile alla logina “normale”.

Il nonsense è in grado di sovvertire le regole naturali sfiorando il campo d’azione dell’assurdo (ad esempio i principi di causalità e di temporalità) e di rovesciare l’ordine delle cose, persino l'” ordine” linguistico.

Nel nonsense significato e significante possono scollegarsi per far prevalere decisamente il livello significante rispetto a quello del significato.

Un esempio semplice di nonsense?

Le filastrocche o le cantielene popolari, quelle che non hanno alcun senso, appunto, ma hanno tanto suono. Significante batte significato 100 a zero.

Sono il tripudio del nonsense, ad esempio, i limerick di Scialoja, brevi geniali componimenti in cui il suono tiene da solo banco e diventa esso stesso significato.

Ecco, nel nonsense il significante (ovvero la forma sonora e grafica delle parole) un po’ basta e bada a se stesso.

Ma dove nasce e da dove deriva il nonsense?

Nasce innanzitutto dalla cultura orale popolare, non ho fatto studi specifici e non posso affermarlo con certezza, ma sono pronta a scommettere che le cantilene nonsense hanno fatto la stessa strada delle favole accompagnando  per millenni i giochi linguistici dei bambini.

Poi, come a volte accade, qualcuno, un genio senz’altro, ha dato all’ipotesi di esistenza di questi giochi con la lingua dignità letteraria. L’opera più famosa che deve la propria esistenza al nonsense (o viceversa) è senza dubbio Alice nel paese delle meraviglie e seguito.

Per la sua capacità di rovesciare  tutto e di scollate suono e senso il nonsense si accompagna spesso ad un intento comico o ironico.

Il nonsense vuole farci ridere, sorridere.

Non vuole altro, non si pone altri obiettivi che suonare e risuonare all’orecchio producendo piacere.

E scusate se è poco!

Nella nostra cultura letteraria italiana è ben difficile trovare esempi di nonsense mentre è nella cultura anglosassone che questi tipi di componimenti si sviluppano maggiormente.

Portiamo tutto questo a misura di albo illustrato, che accade?

E quali sono i libri portano il germe del nonsense? Come riconoscerli?

Nel caso degli albi illustrati credo che il linguaggio parallelo delle illustrazioni renda ancora più plastico il concetto di assurdo e di rovesciamento che il nonsense si porta dietro.

Mi spiego meglio: se nel limerick e nel componimento senza immagini le parole giocano tra loro preferendo il suono al senso; nel caso degli albi illustrati le parole giocano con le immagini e se scollamento c’è, più e oltre che tra le parole, è tra le parole e le immagini che si verifica.

Pensò, ad esempio, ad albi esilaranti e geniali come quelli di Jon Klassen, genio della creazione assurda per parole e immagini.

Pensiamo, ad esempio, a Questo non è il mio cappello e alla trilogia del cappello (Zoolibri), o al geniale Sam e Dave scavano una buca (Terre di mezzo).

In Klassen, così come accade spesso anche negli albi di Gilles Bachelet, l’illustrazione contraddice palesemente il testo creando un effetto ironico di straniamento eccezionale ed eccezionalmente coinvolgente per il lettore chiamato implicitamente a smascherate la “follia” dell’autore.

In un autore come Dr. Seuss, invece, il nonsense è tutto nelle parole a cui le illustrazioni danno più che man forte ma non c’è questa divaricazione parole-immagini che troviamo in Klassen e Bachelet, ad esempio.

Seuss mi pare fondi buona parte della sua poetica sul nonsense che raggiunge il suo massimo livello in Prosciutto e uova verdi libro del 1960. Prosciutto e uova verdi è un esempio perfetto di nonsense non solo per l’assurdità dello sviluppo narrativo e della caratterizzazione dei personaggi, ma anche perché costruisce la sua storia sulla base di una logica ferrea. Prima che George Perec provasse a scrivere un intero romanzo di migliaia di pagine senza una vocale, Seuss si prova a scrivere un racconto per bambini usando solo 50 parole. Siamo in odore da letteratura potenziale? Può essere. In ogni caso una cosa è certa: le regole di scrittura più strette sono più aprono la strada al nonsense: per rispettare la regola tutto diventa lecito ed ecco che lì, in quel tutto lecito, si insidia il germe del nonsense.

Contrariamente a quanto forse si potrebbe pensare, il nonsense richiede una logica ferrea di costruzione della trama e/o dei personaggi.

Non si tratta della logica “normale” ma una logica ferrea c’è sempre da portare alle estreme conseguenze c’è sempre, soprattutto dal punto di vista delle strutture narrative e della composizione linguistica (se si tratta, ad esempio, di un componimento in rima come nel caso di Seuss e di Scialoja).

Dove e come si annidi il nonsense non è sempre semplicissimo dirlo, spesso si nasconde dietro l’ironia, accanto all’assurdo, vicino all’onirico, senza farsi riconoscere immediatamente, bisogna farsi un pò l’occhio e soprattutto l’orecchio, ma ne vale la pena. Con lui, con il nonsense intendo, una cosa è certa: ci si diverte!

Tra i libri portati al gruppo uno ci ha colpito moltissimo, oltre a Seuss Klassen ecc., si tratta di un albo di Tomi Ungerer con piccolissimi racconti da una o due tavole di cui alcuni davvero potrebbero a buon diritto dirsi dei nonsense narrativi: Babbo Snack e le stranestorie preferite (edito da il gioco di leggere).

Anche Satoe Toe con Una carota gigante devo dire che sul tavolo del nonsense non se l’è cavata male!

Ecco, giunta quasi alla conclusione, capisco cosa di questi libri mi attira e mi innamora:

sono libri che non danno un motivo di aggancio alla lettura. Li si legge e basta.

Puro piacere. Non sono albi che possono essere scelti per un tema, per un senso, per un motivo specifico, sono albi che sono solo loro stessi.

Se è vero che la lettura e l’abitudine alla lettura si fonda sul principio di piacere, e se è vero che la letteratura è motivo di gioia per la sua pura esistenza e per il piacere che dà, allora i libri, gli albi, le poesie debitrici al nonsense sono in qualche modo l’ennesima potenza della letteratura, specie per quanto riguarda i libri per bambini in cui raramente, ahimè, si riesce ad allontanarsi troppo dalla volontà di spiegare, insegnare, accompagnare.

La letteratura accompagna e insegna sempre, soprattutto quando non intende farlo apertamente, in questo senso i nonsense sono letteratura all’ennesima potenza.  

 

p.s. il prossimo incontro è fissato sabato 13 gennaio e l’autore scelto  è….LEO LIONNI!!!

p.p.s. l’incontro di febbraio invece sarà il 3 febbraio e il tema scelto per gli albi illustrati è…. la divulgazione scientifica 🙂