Morire in Piedi è un fumetto di Adrian Tomine che trae il suo titolo da uno dei racconti che contiene.

Il titolo originale inglese è Killing and Dying. Come segnala anche la quarta di copertina, le storie che si incontreranno leggendolo, saranno tutte caratterizzate da un protagonista che subisce le scelte di altre persone. La mia prima  interpretazione è stata quindi che la scommessa sia sopravvivere nonostante l’influenza delle vite altrui: morire oppure uccidere.

Ma non conoscevo l’espressione “morire in piedi”, per cui ho deciso di indagare un po’ a riguardo in internet. Ho scoperto che significa: battersi per i propri diritti, piuttosto che vivere una vita sottomessa e regolata da idee altrui. Questo evidenzia un’altro aspetto simile a quello indicato precedentemente, ma non uguale. E’ infatti la determinazione dei protagonisti nonostante tutto ciò che accade a loro. Un buon esempio è Una breve storia della forma d’arte nota come “Ortiscultura” oppure lo stesso Morire in Piedi.

Ogni storia è costellata di eventi negativi e scoraggianti, ma questo non abbatte i protagonisti che riescono comunque a portare avanti la loro vita, senza glorie, ma senza neanche precipitare.

Le storie sono tutte legate in un modo o nell’altro all’ambito familiare: che ci sia solo una coppia convivente oppure un marito con moglie e figli.
Ogni storia è caratterizzata ad una scelta chiave del personaggio e non sempre è dato sapere da subito quale effettivamente sia, capita a volte che venga rivelato tutto solo nel finale.

Adrian Tomine non permette una vita felice ai suoi personaggi: tutte le storie hanno un velo più o meno sottile di sofferenza e solitudine. Nessuno comprende davvero chi è stato obbligato a o ha deciso per una via che ha cambiato drasticamente la sua vita. Allo stesso tempo, chiunque sia trascinato nel vortice delle azioni altrui, non riesce a trovare supporto nella sua sofferenza e solitudine.

Non tutte le storie sono caratterizzate dall’inizio da questa patina di isolamento tra i personaggi. Nel primo racconto per esempio, la famiglia è molto legata e supporta il protagonista, ma è la scelta che rischia di logorarlo.
Da nessuno di questi racconti dobbiamo aspettarci delle storie di eventi straordinari o sovrannaturali. Adrian Tomine ha scelto di rappresentare la quotidianità di queste famiglie, i loro incontri, le loro esperienze e soprattutto le loro frustrazioni.

Il ritmo dei racconti varia molto, quasi come se fossero stati scritti in periodi diversi del percorso artistico dell’autore. La prima storia è impostata a blocchi di quattro vignette tutte della stessa dimensione, ricordano le pubblicazioni di strisce umoristiche sui quotidiani. Magari è solo una mia impressione perché speravo di vederci questa cosa, ma effettivamente ogni blocco di quattro, decontestualizzato, può avere un suo senso, completamente diverso dal contesto complessivo.

Altre storie sono invece impostate con un’impaginatura caratteristica di un fumetto più moderno. Le dimensioni e le inquadrature perdono la staticità delle vignette classiche e invece danno un ritmo più dinamico al racconto permettendo una maggior gamma di inquadrature.
Una delle storie che ho apprezzato di più per la regia è “Tradotto dal Giapponese:” poiché l’autore sceglie di non rappresentare mai i personaggi. Preferisce scegliere di mostrare ciò che i personaggi vedono o oggetti che li caratterizzano. Lascia quindi un maggior spazio alle sensazioni che il testo e le immagini vogliono suscitare.

È anche il colore a rendere i diversi aspetti della narrazione. Si passa da storie con colori molto accesi e vividi a storie semplicemente in bianco e nero. Anche le scelte cromatiche vanno quindi di pari passo con le storie raccontate.

Infatti mi ha quasi confuso passare dal primo al secondo racconto poiché gli stili usati sono molto differenti e non me l’aspettavo proprio. Mano a mano però ci si rende conto di come ogni storia sia stata studiata a sé, a partire dalla trama fino alla scelta del pennello per inchiostrare.