L’isola non aveva nome

Così si apre, dopo un lungo albero genealogico, il romanzo di Guido Sgardoli L’isola del muto  edito per San Paolo.

L’isola non aveva nome e dunque alla storia di questa isola che non ha nome Sgardoli ha deciso di dedicare molte fatiche costruendo molti ma molti nomi che potessero dare senso e vita all’esistenza dello scoglio di fronte a Horendal, in Norvegia.

Quell’isola che era praticamente un unico scoglio brullo battuto dai venti e dal mare e in cui nel 1816 viene costruito un faro e viene costruita la casa del guardiano del faro.

E’ lui, Arne Bjorneboe, capostipite, chi mai l’avrebbe detto, di una stirpe longeva di uomini e donne di cui vale la pena conoscere la storia. Custodi, vice custodi del faro, ma anche ribelli, partigiani, commercianti e chi più ne ha più ne metta. Tra il 1816 e il 2016 quando l’ultimo discendente di Arne venne portato, morto, via dall’isola, le vicende umane che attraversano e battono l’isola al pari dei venti e dei mari sono tantissime.

Tante che chissà quanta fatica e quanto divertimento deve esser costato inventare e seguire con la penna e con l’immaginazione tanti destini che si incrociano, per molti dei quali l’unico denominatore comune è l’isola che esercita un fascino e un richiamo che a tratti sembra quello della foresta per il cane Buck.

Il richiamo della luce che segna la via ai navicanti, che salva dà, a chi naviga, la certezza della strada; a chi vive per il faro, la certezza di esistere e di dare un senso a questa esistenza. E per chi il proprio senso non l’ha saputo o voluto trovare sull’isola c’è la via del mondo, della terraferma atrversata con l’insegnamento dell’isola sempre sulle spalle.

Dalla dominazione svedese all’indipendenza norvegese, alla prima guerra mondiale, al proibizionismo, alla seconda guerra mondiale fino agli anni Sessanta nulla sfugge allo scoglio, incredibilmente.

Avete presente le tavole bellissime di La casa nel tempo di Roberto Innocenti? Là dove la casa sempre lì, ferma, muta in continuazione decennio dopo decennio, secolo dopo secolo insieme ai suoi abitanti o non abitanti?

Ecco, la sensazione che si ha leggendo L’isola del muto è quella di star leggendo un romanzo in cui protagonista è un luogo, e solo secondariamente i suoi abitanti….o forse non si tratta di precedenza, si tratta del tatto che l’uno non esisterebbe senza gli altri: l’isola non esisterebbe (nella coscienza degli abitanti e meno)  senza il faro, ma il faro e l’isola non esisterebbero senza i guardiani e senza le creature presenti e passate della famiglia Bjorneboe.

L’isola non aveva nome e poi si chiamò, in norvegese, isola del muto in onore di quel mutismo selettivo del capostipite Arne della famiglia che preferiva non degnare il mondo di molte parole.

Quanto lavoro ci sia dietro un romanzo del genere è difficile da immaginare, quanto gusto e amore per le proprie creature non si può dire ma si sente nella scrittura, nella cura di ogni dettaglio dell’intreccio e del carattere dei tantissimi personaggi che ci dicono che ognuno ha vissuto di vita propria e autonoma nella mente del loro autore.

I capitoli portano il nome di alcuni membri della famiglia che hanno fatto fare alla storia il cambio di generazione, che hanno segnato un passaggio per il faro e per l’esistenza delle persone che lo abitano. Tra loro c’è anche una donna, straordinaria. A dire la verità molte sono le figure di donne davvero ben congeniate e costruite, ma Sunniva fa la differenza per tutte loro e il capitolo che porta il suo nome costituisce forse la svolta più grande nella narrazione del plot.

Non leggevo un romanzo familiare da non so quanto tempo, devo dire che di primo acchito l’idea non mi entusiasmava troppo, mi sono chiesta se ad un ragazzo o ad una ragazza sarebbe potuto interessare un viaggio nel tempo insieme a molti personaggi lontani…Ma la scrittura di Sgardoli è salda, limpida e lieve e riesce, mi pare,  nell’impresa davvero arduissima di narrare l’inenarrabile: la vita e l’esistenza di una famiglia. La vita e l’essenza stessa della creatura “famiglia” che nei modi più impensati e disparati si raccoglie nella pratica o solo nel pensiero, attorno ad un’isola, la propria isola che ognuno si porta dietro e che i venti e i mari mettono in relazione con l’esterno. In ogni famiglia c’è chi fa luce, chi prende e va, chi vive all’ombra e chi vive la vita di altri, unico comune denominatore un luogo fisico e mentale.

Qui questo luogo è l’isola del muto….e chi l’avrebbe mai detto.