Chi mi segue sa che i giorni festivi il blog si ferma.

Per il 1 maggio e il 25 aprile faccio 2 eccezioni.

Perchè?

Perchè sono giorni che ricordano momenti fondamentali da narrare ai bambini e da mediare con i ragazzi perché non si svuotino del loro senso… la liberazione e il lavoro sono, per noi, intrinsecamente legati.

Dalla Liberazione è nata la nostra Costituzione che definisce l’Italia rebubblica basata sul lavoro e quindi ecco, il gioco è fatto.

Il lavoro è base della nostra visione repubblicana occidentale e la Resistenza ne è alla base, almeno io la vedo così.

Molti sono i libri che raccontano i lavori, la dignità di ognuno di essi, l’importanza della concatenazione dei mestieri che tutti si tengono e tengono uniti una società, ma il libro che ho scelto oggi è un libro che può qualcosa di più.

La narrazione per parole e immagini di Davide Calì e Maurizio Quarello per Mio padre il grande pirata (orecchio acerbo editore) è racconto di una narrazione centrata sulla fantasia di un mestiere che ne copre un altro…. faticoso, doloroso, migrante, difficile.

La storia in prima persona ci fa tornare bambini, bambini che aspettano papà o mamma che torna da lavoro e che bevono come storie i racconti delle giornate nei luoghi di lavoro. Il papà del bambino narratore non torna spesso a casa, torna solo una volta l’anno, d’estate, lavora lontano ma quando torna ha dei doni e dei racconti che davvero in pochi possono permettersi perchè…. beh, perché quanti di noi possono vantare un papà pirata?

Ma questo papà non torna dai Caraibi e dal Mar dei Sargassi, torna dalle miniere del Belgio dove va per guadagnare quei pochi soldi per mantenere la sua piccola famiglia italiana. Chissà quanti bambini degli anni ’50 potrebbero raccontare questa storia, chissà quanti di loro hanno immaginato il papà minatore come un grande pirata della vita, chissà quanti minatori avrebbero voluto prendere il mare e girare il mondo invece che entrare nelle viscere della terra!

Davide Calì torna sul tema del lavoro, all’alienazione psicologica de Il doppio qui corrisponde l’alienazione geografica e narrativa e dei desideri. La fantasia che salva se stessi e gli altri, o così almeno si può sperare. Speranza si chiama la barca che il papà racconta di comandare, speranza è inciso sulla barazza dove il grande pirata in realtà dorme alla Miniera.

Speranza di cosa? Ma la speranza che hanno tutti i lavoratori: quella di tornare a casa, là da dove il viaggio è iniziato. Nel caso del papà di questa storia la speranza è quella di risalire in superificie giorno dopo giorno e al tempo stesso la speranza del migrante, il mandato migratorio: tornare alla famiglia e al luogo d’origine.

Ma cosa succede se il grande pirata non torna?

Come si fa a fare i conti con la realtà e ad accettare che questa possa non corrispondere con la realtà che avevamo immaginato?

Due sono le possibilità: o farci sopraffare dalla realtà, o cercare il punto in cui la fantasia che avevamo possa diventare, almeno un pochino, realtà.

Ci vuole un po’ di tempo, certo, l’adeguamento delle aspettative, il ribaltamento delle prospettive, richiede tempo. Come e dove ritrovare nel papà rientrato dalla miniera salvo per un pelo dopo un crollo colui che ci eravamo immaginati comandante in mare aperto?

Basta guardarsi negli occhi, capire che le bugie non sono solo bugie ma possono essere sogni, desideri, che almeno con il proprio figlio possiamo permetterci di far vivere nel racconto per dire, con altre parole, una realtà troppo dolorosa da accettare.

La vita che passa, lontana da casa e non per grandi avventure bensì per fare il lavoro sporco che altri non vogliono fare nei Paesi più agiati. Che vita è questa? Quante vite di quanti lavoratori di tutto il mondo sono così?

E quanti bambini aspettano il ritorno del padre con speranza?

La vita che passa e che, almeno nei desideri, almeno nella narrazione, può essere ancora e sempre nostra, pienamente, qualunque essa sia.

A tutti i lavoratori migranti, a tutti i bambini in attesa dei loro papà e delle loro mamme in Paesi lontani, questo post è dedicato in questo 1 maggio che ancora è la festa dei lavoratori.