Oggi mi dedico ad un libro che uscirà il 20 giugno, giornata del rifugiato, ma che ieri è stato presentato a Bologna alla libreria Giannino Stoppani.

Si tratta di un albo per piccoli dedicato ai bambini rifugiati, alla narrazione di cosa possa voler dire, per un bambino di 3 anni, lasciare tutto e andare via.

Camminare a lungo, portare via solo ciò che si può trasportare da soli, caricare di una parte di responsabilità della propria esistenza un bambino.

Sapete che il tema migranti mi sta molto a cuore, che quando esce un libro che possa raccontare l’esistenza di chi cambia la propria vita per mettersi in salvo mi interessa, su mediterraneo migrante sto cercando di raccogliere poco per volta tutti i libri che lavorano in questo senso.

Come sapete anche, però, sono molto scettica, sui libri a tema, raramente li amo e raramente, se ne vedono di davvero ben congegnati.

Il mio nome non è Rifugiato di Kate Milner edito da Le mots Libre in collaborazione con Emergecy, mi pare che invece sia un albo davvero molto ben fatto e pensato. Un albo che si rivolge ad una fascia d’età bassa, dai 3 anni, cosa davvero insolita dato il tema, e che punta ad una divulgazione narrativa e interattiva con una formula interessante e funzionale.

Una frase, o poco più, per pagina che racconta con un “noi” inclusivo cosa ci accadrà quando saremo scappati a me, mamma, e a te, bambino, insieme e ad ogni pagina un riquadrino azzurro richiama il lettore in prima persona con un “tu” diretto ed inclusivo.

Dobbiamo scappare, ecco cosa ci accadrà, la mamma racconta con semplicità al suo piccolo le cose che cambieranno nella sua vita lungo il viaggio.

Non conosciamo il punto di vista del bambino protagonista perché lo vediamo sempre raffigurato della prefigurazione della mamma ma non abbiamo un rapporto diretto con lui.

Abbiamo invece un rapporto diretto con il piccolo lettore a cui si rivolgono le domande del libro: cosa metteresti tu nello zainetto?

Riusciresti a vivere in un posto dove non esce acqua dal rubinetto e nessuno passa a ritirare i rifiuti?

Per quanto tempo riusciresti a camminare?

Che giochi conosci per i momenti di noia nel viaggio?

Dai sempre la mano ad un adulto quando ce n’è bisogno?

Ti piacciono le macchine e i camion?

Dove ti laveresti i denti e dove ti cambieresti le mutande?

Conosci altre lingue oltre la tua?

Qual è la cosa più strana che hai mangiato?

Che cosa ti farebbe pensare alla tua vecchia casa?

Un gioco di racconto e domanda che utilizza in entrambi i casi un registro comprensibile ai piccoli sospeso com’è tra immaginazione di ciò che può essere e la realtà delle esperienze che da astratte quando riferite a persone estranee diventano concretissime quando toccano noi stessi.

Quanto avrebbero potuto camminare i miei bambini da piccoli? Dove e come si sarebbero lavati? Come avrebbero potuto accettare tutto questo?

Ecco di cosa ci parla Il mio nome non è Rifugiato compiendo un’impresa davvero difficile ma credo essenziale.

L’unica perplessità l’ho provata nei confronti del titolo del libro, sicuramente significativo ma non so se azzeccato pensando al lettore bambino che incontra la storia e la riconosce anche per il titolo. Il “gioco” sul nome è chiaro, per altro il bambino protagonista non ha un nome proprio perché potrebbe essere un bambino di qualunque parte del mondo e di ogni epoca. Lui non ha un nome per permettere a noi di dargli il nostro, in qualche modo. E tuttavia non posso non pensare che la disumanizzazione parte e passa dalla perdita del nome che, appunto, non è e non può essere quello di rifugiato o, in altri casi, di clandestino.

Quindi il titolo, come capite ha tutto il suo senso e il suo valore, non mi suona dal punto di vista bambino ma credo che questo sia, innanzitutto una mia sensazione personale e che in ogni caso non vada a toccare in nessuno modo la qualità e il valore del libro a cui vanno tutta una serie di meriti, non ultimo, anzi forse primo, il tentativo di rivolgersi a bambini molto piccoli.