Questa estate mi sto godendo un sacco di bei romazi (oltre a albi, saggi ecc.ecc), molti di questi sono per una fascia che qualcuno potrebbe definire yung adults o magari anche un pochino prima…insomma sono libri per quei lettori, che rappresentano per altro lo zoccolo duro dei lettori italiani, tra i 12 e i 17 anni.

Di queste mie letture estive, goduta per altro davvero in vacanza, vi racconto oggi l’ultimo romanzo si Tim Federle appena edito da Il Castoro intitolato La vita nonostante tutto.

Partiamo dunque, come si conviene dal titolo che ben rende l’ironia e la schiettezza della narrazione, quando vorresti che il mondo smettesse di girare, almeno per te, e che la vita si dimenticasse della tua esistenza ecco che questa invece ti piomba addosso e ti rovescia come un calzino. Si tratta, come potrete immaginare, di una sorta di romanzo di formazione che narra un percorso esistenziale nella mente e nel cuore di Roberts Quinn aprirante scrittore di cinema la cui vita sembra essersi incagliata il giorno in cui la sua adoratissima sorella è morta in un incidente stradale mentre mandava proprio a lui un messaggio.

Quello che resta di Roberts dopo l’incidente è una madre grassa e depressa, una dieta assolutamente sregolata, la perdita della sua stessa vita quotidiana così tanto legata alla sorella e la sua quasi cronica e disperata verginità.

Arriverà a scrollarlo dal torpore esistenziale il suo amico del cuore Geoff, personaggio a cui si deve la svolta della trama e dell’esistenza di Roberts non solo per l’amicizia che lo lega al protagonista e perché gli presenterà il primo ragazzo con cui Roberts finalmente farà sesso, ma perché a doppiofilo pegato alla presenza assenza di Elisabeth, la sorella scomparsa.

La trama non è troppo articolata, i movimenti sono più mentali e emozionali che non di vicende narrate ed è proprio qui la forza del romanzo: nella costruzione del percorso interiore di Roberts che con estrema ironia e qualche sprizzo di autocritica e decisamente autocommiserazione si racconta in prima persona facendoci partecipi dei suoi moti interiori.

Quando ho iniziato a leggere il romanzo devo ammettere che per qualche pagina ho pensato: “possibile che non si possa scrivere un libro per ragazzi senza che ci si imbatta in un crogiolo di tragedie o problemi raggomitolati intorno al pesonaggio?”.

Forse è possibile, anche se non accade spesso, e tuttavia quello che porta, secondo me, a questo “grumo del plot” (spicologico o avventuroso che sia) nei romanzi per ragazzi è il tentativo da parte dell’autore di aderire al grumo esistenziale che i giovani lettori hanno dentro. Quelle sensazioni, quei dolori, quella concentrazione su di sè che in fondo sono sintomi sani della crescita identitaria.

In tutto questo non posso non ammettere, e qui entra il mio gusto personale, indubbiamente, che gli autori che riescono a fare tutto questo attraverso una scrittura leggere ed ironica hanno una possibilità in più: quella di arrivare al lettore senza che si alzino troppi muri difensivi e, soprattutto, quella di suggerire l’uso dell’ironia e dell’autoironnia come possibilità di espressione.

La vita nonostante tutto è così: si lascia leggere, tocca molti temi cari ai ragazzi, a cominciare da quello della sessualità (che in questo caso è mosessualità) e della morte di una parte di se stessi: l’infanzia per tutti qui incarnata nella figura della sorella che, con la sua ssenza, costringe il fratello a crescere. Infatti, indovinate un po’ qual è il messaggio che Elisabeth invia al fratello quando fa l’incidente mortale?

“Cresci Win”.

Ecco, cresciamo, appunto, consapevoli, ironici e autoironici lettori di oggi e domani.