Lupus in fabula

Lupo lupo dove sei? Gli antichi avrebbero detto “in fabula est”, e noi?

Figli del positivismo, della psicanalisi, dello strutturalismo, della semiotica e chi più ne ha più ne metta, dopo 2 millenni siamo più o meno arrivati alla stessa conclusione con la finezza, non da poco s’intende, di aver compreso che il lupo è in noi e che solo per questo può essere nella favola.

Tanto da far simbolicamente intitolare ad Eco un suo ormai classico saggio del 1979 Lector in fabula. Che il lector sia il lupus?

Certo!

Il punto è interrogarsi su come si è evoluto questo lector con il suo lato oscuro negli ultimi anni. Diciamo che la narratologia e soprattutto gli studi strutturalisti hanno aperto la strada a nuove forme di costruzione, o meglio di destrutturazione narrativa per cui il lupo, cattivo, simbolo di ogni paura ancestrale per eccellenza, può a buon diritto, ad un certo punto, diciamo dalla metà degli anni Sessanta in poi, rovesciarsi di segno e ritrovarsi vittima di un terribile Cappuccetto rosso armato di trombone come il brigante Gasparone come quello delle Favole al rovescio di Rodari, Emme edizioni.

Poi è arrivata la postmodernità e le strutture che da poco avevamo imparato a rovesciare e risistemare a piacimento si deflagrano lasciando il posto alla…metanarrazzione. Ecco che infatti da diversi anni, dagli anni 2000 sostanzialmente (anche se le modalità del postmoderno cominciano ben prima ma trovano innanzitutto campo di sperimentazione in altre forme narrativa), spuntano come funghi testi ed albi ironici, belli, esilaranti a volte centrati sulla soggettivazione dei personaggi delle favole: non si entra più nelle favole classiche per scardinarle con nuove metodologie narratologiche ma mantenendo le strutture portanti, bensì sono proprio i protagonisti delle favole a raccontarsi creando un cortocircuito ironico ed ermeneutico che probabilmente qualche generazione fa di bambini non avrebbe avuto gli strumenti per comprendere a pieno. Restando in tema di lupi mi viene in mente la novità di qualche mese fa di una prima lettura della Emme Il lupo è morto, anzi no (di Scaramuzzino, Emme, 2014), summa già dal titolo di tutto il post moderno in cui ormai sguazziamo senza rendercene conto: l’esorcizzazione della morte, la metanarrazione dei protagonisti delle fiabe che partecipano al funerale del lupo e il finale aperto con la bara vuota ed esplicitissimo: d’altra parte non poteva che finire così, si legge: “come si farebbe senza il lupo nelle fiabe?”. Già, come si farebbe?

Del lupo abbiamo bisogno, un lupo ancora “cattivo” e pauroso che si risolve in catarsi per i più piccoli, che ci piaccia o meno assolutamente necessario per esorcizzare il buio che è in noi; ma anche il lupo degli adolescenti e degli adulti, quello che ammicca al moderno, alla pedofilia, al bullismo, al nero che la nostra cronaca non ci permette mai di dimenticare, ed allora c’è il Cappuccetto rosso di Roberto Innocenti (La Margherita, 2012), l’In bocca al lupo di Negrin, Orecchio Acerbo. Albi straordinari che parlano direttamente agli adulti ma le cui illustrazioni sono comprensibili anche ai più piccoli a cui necessariamente e, direi, fortunatamente, resta fino ad una certa età precluso il significati perturbante del testo.
Ad ogni modo, il lupo resta tale anche solo nell’evocazione se è vero che per incutere timore in un qualsiasi bambino, diciamo almeno fino ai 4 anni, così come al piccolo Simone (Superconiglio se preferite, della Blake, Babalibri), basta solo nominare “Il grande lupo cattivo” per scatenare l’inferno dell’inconscio.

Negrin, In bocca al lupo, Orecchio acerbo
Carrer, La bambina e il lupo, Topipittori
Scaramuzino, Il lupo è morto, anzi no, Emme, 2014.
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