“Fare un libro”

Dal titolo mi verrebbe per fare un libro ci vuole un fiore…e in effetti così è se è vero che la carta viene dall’albero ecc. ecc.

Invece “Fare un libro” era il titolo della seconda edizione dell’evento Come on kids organizzato alla Querini Stampalia di Venezia in collaborazione con l’Università di Bolzano.
Oggi convegno con grandi rappresentanti dell’editoria per l’infanzia e non (Guido Scarabottolo, Giulia Mirandola, Francesca Zoboli, Pietro Corraini, Marta Sironi e Giovanna Zoboli) e domani workshop imperdibili per chi ha bambini dai 6 ai 13 anni.

Non so chi abbia scelto il titolo “Fare un libro” ma so che in effetti l’argomento trainante almeno per metà parte dell’incontro è stata una riflessione pratico-filosofica sul valore del disfacimento, un elogio della pars destruens a tutto vantaggio però della pars costruens. Non credo sia chiaro, insomma il punto di vista dei relatori del convegno di oggi era sostanzialmente dalla parte di chi il libro lo pensa e lo fa e per far questo lo smonta per imparare a montarlo, e in questo è stato molto interessante. Dal punto di vista critico mi è parso un po’ di tornare ai tempi del decostruzionismo, quella volta si decostruivano tessuti narrativi, oggi illustrazioni essendo l’oggetto dell’incontro i picture book (ovvero gli albi illustrati) ma comunque siamo nella deriva postmoderna del decostruttivismo, almeno dal punto di vista teorico…ed anche pratico se pensiamo alla teoria che ci è stata raccontata essere alla base della collana “PiPPo” (piccola pinacoteca portatile) di Topipittori su cui tornerò presto in un altri post.
Come si fa un libro? Quando sfogliamo un libro dal più commerciale al più raffinato spesso non ci accorgiamo che ogni singolo elemento del testo è parte integrante di una scelta comunicativa, estetica, i due editori oggi presenti, la Zoboli per Topipittori e Pietro Corraini per le edizioni Corraini, oggi invece ci hanno proprio mostrato, esempi alla mano, l’importanza di quel terzo linguaggio di cui ci ha parlato Livio Sossi qualche settimana fa e di cui pochi si ricordano leggendo o studiando gli albi illustrati: ovvero il linguaggio grafico.

Pietro Corraini, partendo dal concetto di rottura della quarta scena (ovvero di quella scena invisibile che a teatro separa il pubblico dal palcoscenico e che con il teatro e poi il cinema del novecento si sgretola) ci ha mostrato come la scelta grafica dell’artista e dell’editore che lo asseconda conti tanto più quanto meno ce ne rendiamo conto perché siamo già precipitati nella storia. L’esempio è quello di Alice nel paese delle meraviglie di Susy Lee in cui l’inquadratura della pagina piano piano scompare per lasciare spazio alla sola scena e quando questa finisce, con la fine della storia di Alice, l’inquadratura torna indietro a tal punto da farci vedere, nelle ultime pagine, addirittura le nostre dita che sorreggono il libro. Siamo entrati così tanto nella storia che poi quando ne siamo usciti il libro ha quasi preso il nostro posto. Inutile dire che, quando sfogliate il libro, con tutta probabilità non vi renderete conto di tutto ciò. E allora a che serve? A entrare dentro la metanarrazione, a farci spettatori partecipi e ingenui, o ingenui perché partecipi se vi piace di più. I testi più levigati e leggeri nello stile sono quelli che più hanno richiesto il lavoro di lima per poter apparire così semplici alla lettura. Lo stesso accade per il lavoro di grafico, in questo caso, più è raffinato e fatto bene meno ve ne renderete conto ma vi passerà dentro…per osmosi direi attraverso i polpastrelli, direi.

Susy Lee, Alice nel paese delle meraviglie, Corraini.
la scena iniziale con gli spettatori e il palcoscenico
gli spettatori non ci sono più, siamo dentro la scena
la scena passa dall’occupare una sola parte del libro, la pagina di destre, si estende a entrambe.

Quanto all’intervento di Giovanna Zoboli….la riflessione sulla scelta editoriale di Topipittori richiede ben più tempo e spazio e mi riservo di prendermelo tutto a brevissimo. Intanto però una cosa mi è parsa fondamentale, oltre alla bellezza di sentire parlare qualcuno entusiasmato dal lavoro che fa, l’idea d’infanzia che sta alla base della scelta poetica di ogni singolo libro e della casa editrice in generale è che i bambini pensano in grande e dunque si devono fare libri all’altezza dei loro pensieri. La Zoboli e Paolo Canton, fondatori dei Topipittori ormai dieci anni fa, hanno come punto di riferimento il dato oggettivo che la fase della vita in cui l’intelligenza è più ricettiva e ampia è l’infanzia dunque, chi sceglie di occuparsi dei bambini, deve essere all’altezza del compito, da tutti i punti di vista; nel caso delle scelte di un picture book linguaggio linguistico, iconico e grafico devono essere perfettamente consonanti ed adeguati al pubblico. Semplicissimo, straordinario eppure così difficile da mediare come messaggio.
E’ per questo che Topipittori, come la stessa Zobili lamentava, spesso vengono rimproverati di fare libri bellissimi ma non per bambini…ma a che bambini stiamo pensando?
Topipittori si caratterizza per titoli che in realtà i bambini amano moltissimo bisogna solo metterglieli in mano, ed educare gli adulti a farlo…compito, questo sì, assai arduo. Ogni volta che anch’io, nel mio piccolissimo degli incontri con insegnati amici o genitori mi sento dire: ma sei sicura che questo libro va bene per un bambino, è troppo difficile” mi ricordo di quanti piccoli piccolissimi ho visto con albi di Topipittori in mano a leggere nelle figure quello che volevano, a vedervi il loro mondo.
Se è vero che il libro è il primo strumento di conoscenza del mondo e di sè, il bambino, anche quello piccolo, in un albo illustrato di qualità pensato per lui trova esattamente ciò che gli serve e gli dà piacere, il proprio mondo innanzitutto (se è molto piccolo) e la possibilità di esplorare mondi altrui, e questo è decisamente impagabile!

Teste fiorite