“Il principe e il pollo” di Moni Ovadia

Solleticata da una richiesta prendo al volo l’occasione per scrivere di un albo che da anni mi incuriosisce e che così ho avuto modo di approfondire.

Il principe e il pollo  è la storia di un principe che un giorno, all’improvviso si spoglia nudo, si mette sotto il tavolo del salone del castello e inizia a comportarsi in tutto e per tutto come un pollo. Il re suo padre, preoccupatissimo, manda i banditori per il regno e fa accorrere tutti i tipi di dottori e taumaturghi ma nessuno è in grado non solo di guarire ma nemmeno lontanamente intendere cosa passi per la mente del pollo, pardon del principe.
Un giorno però un saggio impressionato dalla tristezza del re e dalla strana condizione del ragazzo chiede ed ottiene di intervenire per provare a far rinsavire il giovane. E come farà mai? Innanzitutto si spoglia nudo e va sotto il tavolo con il ragazzo-pollo che lo guarda sbigottito e gli domanda chi sia, il saggio risponde che è un pollo esattamente come lui e tutto finisce lì, il principe un po’ per volta si abitua ad avere un altro gallo nel pollaio. Un giorno il saggio chiede di poter avere del cibo normale al posto del mangime per polli e alla domanda incuriosita del principe-pollo risponde: “Mangio del cibo per uomini. Chi ha detto che un pollo non possa mangiare un cibo per uomini e rimanere un pollo?”, qualche momento dopo anche il principe chiede lo stesso cibo per uomini.
Lo stesso accade qualche giorno dopo quando il saggio esce dal tavolo, si rimette eretto e indossa i suoi vestiti, alla domanda del principe-pollo risponde: 

“Dove sta scritto che un pollo non possa vestirsi, andare a spasso e rimanere un pollo?” “Passarono alcuni minuti, e anche il figlio del re uscì da sotto il tavolo. Si alzò in piedi, si guardò in giro, poi chiese i propri abiti, si vestì e prese a passeggiare per la stanza. E così pian piano, avendo ripreso a comportarsi come un tempo, i figlio del re tornò nei propri sensi e guarì”

Questa è la storia, e la morale qual è?

Tendenzialmente sono contraria a cercare le morali in ciò che leggo, credo fermamente nel puro piacere della lettura, ma questo testo che Moni Ovadia ha solo trascritto a suo modo ma che è un racconto di rabbi Nachman di Bratslav, si inserisce in quel filone di racconti filosofici, di favole moraleggianti che il capostipite in Esopo che viene spontaneo concludere con “il mito racconta che” proprio come i greci solo che i rabbini, nell’assoluto rispetto di tutte le possibili interpretazioni non danno loro una morale ma la lasciano aperta a qualsiasi lettura coerente.

Rabbi Nachman di Braslev è stato un importante rabbino della tradizione chiassidica, quella che tante “storielle ebraiche” ci ha tramandato, da cui lo stesso Moni Ovadia attinge a piene mani per i cuoi racconti e spettacoli. Come sempre queste storielle hanno un contenuto esemplificativo ad altissimo livello metaforico per cui l’esercizio di interpretazione è necessariamente richiesto al lettore adulto mentre al lettore bambino possono arrivare come vere e proprie favole con un proprio linguaggio.

Il pensiero di fondo, a quanto pare abbastanza rivoluzionario, di rabbi Nachman a cui si attribuisce questo racconto si basa sul sostenere che non bisogna temere la novità e la diversità, ma semmai cercare la verità attraverso vie nuove, che possono implicare fatica, ma che nello stesso tempo aprono verso orizzonti inaspettati. 
E se ci pensiamo un attimo proprio questo è il contenuto fuor di metafora del Principe e il pollo: il coraggio del saggio di non temere la novità del comportamento inusitato del principe ma di cercare di comprenderlo cambiando il proprio punto di vista ed acquisendo per un po’ quello altrui. Il segreto sta esclusivamente nella relazione che il saggio riesce a instaurare con il ragazzo e che gli permette di farlo rinsavire. Forse una chiave del testo può essere trovata nel titolo che è “Il principe e il pollo” e non il “principe-pollo” perché a ben vedere, e questo il saggio lo intuisce immediatamente, il principe non è affatto diventato un pollo ma ha assunto semplicemente gli atteggiamenti dell’animale. L’identità del principe resta separata e diversa da quella de pollo. 

La trasposizione di questa storia nell’albo proposto da Emme edizioni è assai interessante per: il testo semplice e bello di Moni Ovadia che tanto indugia, com’è proprio di queste storielle, sul racconto nella parte iniziale e centrale, quanto lo recide volutamente bruscamente nel finale; le illustrazioni di Emiliano Ponzi dai colori caldi e dalle forme morbide che sicuramente piacciono molto ai piccoli lettori; la scelta di proporre una vera e propria favola ma senza animali ( a meno di considerare il pollo…) della tradizione ebraica che pur essendo diversa da quelle a cui siamo abituati nella nostra tradizione più propriamente occidentale e di stampo ellenocenico da questo punto di vista, fa pienamente parte della nostra cultura europea e del racconto moraleggiante nel senso più ampio e aperto che questa parola assume nella tradizione ebraica. 

Ad ogni modo, come sempre, Fabula de te narratur

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