Il meraviglioso “mago di Oz”

I punti critici di una narrazione sono sempre e comunque 3: l’incipit, il centro e la conclusione.

Quello che si decide di mettere in questi tre punti dà esattamente la misura e la forza di ciò che sta intorno ovvero all’intera narrazione.

Apro così questo post dedicato al celeberrimo Mago di Oz di Lyman Frank Baum, su cui credo si sia scritto di tutto di più perché ieri, finito di rileggerlo “da grande” con mia figlia, la chiusura rapidissima, le poche righe dell’ultimo catartico capitolo “Di nuovo a casa” mi hanno dato visivamente la misura di quanto può essere potente l’explicit di una narrazione.
Mi spiego meglio – e premetto che questo post non ha nulla a fondamento critico, è un post un po’ cialtroncello, non da me ma me lo voglio concedere – dopo aver trattenuto il fiato per centinaia di pagine che incollano il lettore e lo precipitano nel mondo di Oz a capofitto (altro che sospensione dell’incredulità, qui ci vorrebbe la sospensione del tempo per permetterci di non uscire fino alla fine dal racconto) concludere il racconto con la semplicità e sintesi dell’ultimo capitolo, per altro degnamente preparata dalla dolcezza e quiete che regnano nel penultimo dove tutti i protagonisti ritrovano il proprio posto nel mondo, vuol dire avere piena certezza che ciò che si è scritto e fatto sin lì è il massimo a cui nulla va aggiunto, la catarsi di ogni avventura, bella o brutta, nell’abbraccio del ritorno a casa.

copertina della prima edizione del 1900.

Solo per pedanteria critica (mi contraddico, perdonatemi, ma la cialtronaggine resta) noterò per i curiosi che invece l’incipit da cui tutto, come dice la parola, ha inizio e senza il quale non potremmo essere trasportati vorticando per aria nel mondo di OZ non lesina parole, pura essendo di lunghezza perfetta per il lettore, non ha quella ieratica secchezza della conclusione. Qui dobbiamo concora entrare nella narrazione, il ciclone è assolutamente fondamentale per permetterci di farlo così come l’ambientazione che lo precede quindi spazio al racconto.
Esattamente a metà del libro, tra il capitolo 11 e il capitolo 15, invece di risolversi la narrazione, come ogni lettore si aspetterebbe, inizia l’inganno più grande: l’inesistenza del Mago di Oz, o meglio l’esistenza di qualcuno che si è spacciato per Grande e Terribile ma che di grande ha solo la capacità di ingannare (però ce l’ha davvero sviluppata se è riuscito a convincere un’intero popolo che tutto nella Città è verde solo perché obbliga a mettere occhiali con lenti colorate di verde) e di terribile c’è solo la disillusione e la rabbia che provoca nella bambina e nel suo strano seguito. Eppure, eppure, chi alla fine della storia lo ricorderà come un imbroglione? Nessuno, ma proprio nessuno, nessun lettore e nessuno della truppa di Doroty che si dichiara disposta a perdonargli tutto, anche la delusione più grande, se, con un altro imbroglio, donerà allo Spaventapasseri un cervello, o meglio la certezza di avere un cervello, all’Uomo di latta il cuore (che già ha in abbondanza) e al Leone il coraggio (che ha già da vendere). Insomma, la magia del truffatore Oz è quella di dare sicurezza a chi non ce l’ha, magari con un trucco, magari con la menzogna, ma riesce a riconoscere e sostanziare l’identità di ciascuno, non vi pare una magia anche questa? Io lo vorrei incontrare un mago così!
Solo Doroty resta a terra, letteralmente, Oz non solo non ha la più pallida idea di come riportarla e riportarSI nel Kansas ma quando immagina la via aerea della mongolfiera questa si librerà in aria prima che Doroty possa salire. Fortunatamente, direbbe l’autore di quello splendido albo di Orecchio acerbo, perchè è proprio da ogni disillusione che Doroty caparbiamente ritroverò fisicamente e metaforicamente la strada di casa.
La chiusa del penultimo capitolo, quando tutti trovano il loro posto del mondo e Doroty scopre finalmente che può tornare a casa usando le scarpette d’argento della malvagia strega che ha ucciso con la sua casa e che indossa sin dal primo capitolo, è impagabile. Doroty non si rammarica di scoprire solo dopo le disavventure più terribili che avrebbe potuto tornare a casa nel Kansas letteralmente dopo 3 massi dall’inizio della storia, ma si compiace di aver attraversato il mondo del truffatore Oz (chissà se dopo la sua dipartita e la sua sostituzione da parte dello Spaventapasseri come governante della città di Smeraldo si chiamerò il “Paese dello Soaventapasseri, meno magico, certo, ma decisamente più reale nella sua sostanziale surrealtà) perché senza il viaggio di Doroty (e del suo cagnolino Toto, mi scuso di non averlo citato sin qui) lo Spaventapasseri sarebbe rimasto per sempre impalato a scacciar passeri, l’Uomo di latta sarebbe stato per l’eternità bloccato nella ruggine, e il Leone sarebbe morto dopo una vita di vigliaccheria.
Ci sono viaggi che, qualunque sia il prezzo, vanno attraversati con tutti i rischi e le bellezze che il cammino prevede. Io sono sicura, da lettrice assolutamente ingenua, e sono sicura che tutti i bambini sarebbero d’accordo con me, che Doroty, anche se avesse saputo da subito delle scarpe si sarebbe prima fatta un giretto per il Pese dei Munchkin e una volta trovato lo Spaventapasseri avrebbe fatta sua la quete del cervello ecc. ecc. Non lo pensate anche voi?

Il mago di Oz è…tutto ciò che volete, una favola con animali, una fiaba con persone, un racconto di formazione, un fantasy…un classico. Un classico non tramonta mai, non stanca mai e non può esser stretto in definizione alcuna benché potremmo con calma analizzare il racconto da ciascuno di questi punti di vista e molti, moltissimi altri ancora.
Correva l’anno 1900 Frank Baum ha pubblicato questo testo senza il quale, come senza Alice nel paese della meraviglie, la storia della letteratura per l’infanzia, ma anche del cinema e della televisione e…in una parola del nostro immaginario occidentale sarebbe stato indubbiamente diverso. Nella prefazione che accompagnò il volume e che l’edizione Mondadori “Oscar classici Junior” che sto usando io riporta, si legge:

L’educazione moderna comprende anche la morale; pertanto il bambino moderno nei suoi racconti meravigliosicerca soltanto lo svago, ed è ben lieto di fare a meno di tutti i particolari sgradevoli.
Con questo pensiero in mente, lastoria del Meraviglioso Mago di Oz fu scritta unicamente per allietare i bambini di oggi. Essa aspira ad essere un racconto di fiaba modernizzato, in cui siano mantenute la meraviglia e la gioia, mentre patemi d’animo e gli incubi non ci sono più. 

Era, appunto, il 1900 e solo su questa dichiarazione di poetica, per altro in diversi punti contestabile (il libro conserva parecchie fasi in cui il patema d’animo, giustamente, ci attanaglia per poi sciogliersi nel sorriso), si potrebbe scrivere un’intero saggio di sociologia e pedagogia…
Il nostro immaginario al Mago di Oz fa corrispondere Judy Garland e il suo strepitoso modo di cantare Somwhere over the rainbow, ma il libro è davvero qualcosa di più, molto ma molto di più che oltre l’arcobaleno, è l’arcobaleno di emozioni, narrazioni, avventure, in una parola è vita pura, metafora eccezionale dell’infanzia come ogni grande narrazione da sempre e per sempre è e deve essere.

A margine e in conclusione permettetemi una nota critica, nel senso di negativo, di questa edizione che ho in mano Mondadori “Oscar classici Junior” con illustrazioni di Giuliano Lunelli: diamo per assodato, tanto per dire, che un libro del genere qualche figura la deve avere, in questa edizione le tavole ad una sola pagina di Lunelli sono circa una per capitolo, ma si può sapere dove e chi cavolo è l’editor o chi per esso avrebbe dovuto controllare l’impaginazione che ha permesso che le tavole anticipassero i momenti cruciali della narrazione? No, perchè, perdonate la presa netta di posizione, non è assolutamente possibile che uno sul più bello che non sa cosa sta per accadere o che forma ha il mostro se lo vede bello illustrato 2 pagine prima!!! E la suspance???
Fine della nota critica!

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!