“Il Vicario, cari Voi”. Lunedì di Dahl

Il bello di avere una rubrica curata da qualcuno di molto molto attento (come è la nostra Adolfina de Marco) e di avere tutto il tempo e la voglia per andare avanti a…indagare, è quello di poter proporre e conoscere cose che raramente si incontrano per strada. Mi riferisco evidentemente al nostro lunedì di Dahl che ormai va avanti da diversi mesi, e non si fermerà fino a quando non avrà terminato lo scandaglio del Dhal-universo scritto, in cui più volte Adolfina ci ha proposto testi o racconti meno noti, meno studiati e sicuramente meno letti ma che meritano tutta l’attenzione nell’ottica di ricostruzione il più possibile fedele dell’opera del grande autore e nell’individuazione e studio di un speciale poetica.

Oggi è la volta di un altro illustre quasi sconosciuto (al grande pubblico) dell’opera di Dahl dedicato per di più ad un tema oggigiorno piuttosto importante: la dislessia.

Il Vicario, Cari Voi 

Ultimo capolavoro di Roald Dahl. Il prodotto è, ancora una volta, un insieme di umorismo e di sapienza umana che tratta il problema della dislessia, ovvero della difficoltà di letto-scrittura che si manifesta nella capacità di distinguere alcune lettere simili e di leggere in modo fluente, ma non solo. 
Questo per sottolineare l’attenzione che l’autore ha sempre riservato ai lettori, soprattutto ai piccoli lettori e alle loro tante, infinite difficoltà che possono incontrare quando entrano nel mondo della scuola. 
Si tratta di una short story il cui ricavato è devoluto alla Fondazione per la Dislessia, per volontà dell’autore. Un gesto di generosità del gigante norvegese presentato da Donatella Ziliotto nella prefazione che lo racconta come un incontro rivoluzionario per la letteratura per l’infanzia italiana e da Quentin Blake, nella postfazione, come un compagno di lavoro attento e cordiale, di larga disponibilità con i lettori e instancabile affabulatore, perfettamente capace di parlare come se si rivolgesse a ognuno individualmente.

Il Vicario è il Reverendo Ettes il quale ottiene il suo primo incarico a Nibbleswicke, un piccolo villaggio dell’Inghilterra. Consapevole della grande responsabilità che lo attende viene assalito dalla paura di non essere all’altezza del suo ruolo; iniziano ad affiorare i disturbi che lo avevano messo in difficoltà quando era piccolo. Poiché il Reverendo è affetto da dislessia, pasticcia con le parole, le pronuncia al contrario e crea notevole scompiglio tra i parrocchiani i quali, considerano il nuovo parroco…un po’ troppo bizzarro. L’incontro con la facoltosa Miss Yeb si risolve in modo catastrofico in quanto il povero Reverendo esordisce dicendo: 

“Carissima signorina Bey Seni”. 

Da questo imbarazzante inizio si impilano una serie di vicende bislacche per le quali, Reverendo e parrocchiani, sperano in un miracoloso rimedio. 

La soluzione arriva da un medico che capisce il disturbo e invita il povero Reverendo a “camminare un po’ all’indietro e un po’ di fianco, e ogni tanto fare qualche giro su se stesso…”. Fedele al suo stile ironico, Dahl fa dire al dottore che quello di cui è affetto il reverendo è un disturbo molto comune tra le tartarughe che arrivano a leggere il proprio nome al contrario Agura Trat (è il titolo di un altro racconto di Dahl, ve lo ricordate?). 

Il libro è una proposta ludica per il lettore che vuole interagire con lo scrittore e i suoi personaggi; in appendice, la traduttrice Valentina Paggi aggiunge una Guida ai giochi di parole per accompagnare il lettore a riflettere sull’importanza e la difficoltà della traduzione e sulla possibilità di giocare con le parole. 

Sulle parole, con le parole e per le parole lo scrittore norvegese ha creato un universo accessibile a tutti e questo suo gioiello ne è la conferma. 

Scriveva Rodari nel suo celebre Grammatica della fantasia:

Non basta un polo elettrico a suscitare una scintilla, ce ne vogliono due. La parola singola agisce solo quando ne incontra una seconda che la provoca, la costringe ad uscire dai binari dell’abitudine, a scoprirsi nuove capacità di significare


Cosa sarebbe successo se Dahl e Rodari avessero deciso di inventare una nuova lingua?
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