“Il piccolo giardiniere” di Emily Hughes

La parte che amo di più dell’albo che vi racconto oggi è quello dell’abbandono fiducioso al sonno, al futuro. Pura utopia per chi, come me, quando si presenta una qualche difficoltà utilizza le notti per risolvere la questione, perde ore di sonno e con esse lucidità.

Sarà per le tavole di questo albo bellissimo di Emily Hughes che molto assomigliano al mio giardinetto, sarà perché le mie notti sono affollate di pensieri in questi giorni, ma oggi Il piccolo giardiniere è proprio quello che ci vuole.

Il piccolo giardiniere è un omino piccolo, ma così piccolo che il suo animale da compagnia è un lombrico. Lui vive in un terreno che è la sua casa e il suo cibo e la sua vita, a cui dona tutte le proprie energie ma apparentemente invano. Tra le erbe matte e qualche immondizia il piccolo giardiniere lavora giorno e notte ma non ce la fa, rischia di perdere tutto, dunque anche se stesso e la sua vita.

Solo un fiore cresce coraggioso nel terreno e a lui il piccolo giardiniere dedica tutte le sue attenzioni…se solo fosse un poco più grande…no, questo lui non lo pensa, quello che pensa è: se solo avesse un po’ di aiuto!

Il piccolo giardiniere e il lombrico combattono contro il degrado per salvare la capannuccia di paglia e il poco cibo rimasto, tutto sembra perduto e per la devastazione fisica e, chissà, forse anche psicologica il piccolo ometto si addormenta dopo aver affidato la sua minima richiesta d’aiuto alla notte.
Dorme per settimane e poi per mesi e al suo risveglio il giardino è….un vero giardino!

Curato, verdeggiante, in fiore, ricco di cibo e di lombrichi per giocare.

E di chi è il merito? Di un altro piccolo giardiniere, un bambino che è venuto ad abitare nella casa di questo giardino e che consciamente o inconsciamente ha sentito ed esaudito la richiesta del piccolo abitante del giardino.

Emily Hoghes dopo Selvaggia, edito anch’esso da Settenove, ci propone una nuova storia che affronta in qualche modo il limite tra natura e “civiltà” due mondi che se in Selvaggia erano in assoluta contrapposizione, ora invece si alleano e diventano uno alleato dell’altro. Se dalla natura non si può prescindere infatti, è la cura sistematica e sapiente che permette al giardino di fiorire. E se il piccolo giardiniere è una creatura antropomorfa in miniatura è nell’incontro con l’essere umano a grandezza naturale che il desiderio si realizza. Certo non si tratta di adulti, la Hughes forse non se l’è sentita di rappresentarne di assolutamente positivi visti i precedenti di Selvaggia, ma i bambini vanno bene! I bambini sono persone piccole che possono e sanno fare la differenza!

Le tavole della Hughes, già in mostra alla scorsa edizione di Sarmede, hanno la stessa potenza pienezza di colore tra i marroni e i verdi della natura provati in Selvaggia, da questo punto di vista la cifra stilistica dell’illustratrice sembra poter essere individuata nella sovrabbondante presenza di elementi naturali, le tavole sono rigogliosissime dei colori della natura selvaggia, retaggio forse delle origini hawaiane dell’autrice.
L’inquadratura delle tavole via via cambia col procedere della storia passando da uno zoom sempre più stretto verso il piccolo giardiniere e il suo lombrico all’apertura delle ultime tavole quando si inquadra lo spazio del giardino “alzando la telecamera” e includendo la casa del bambino che si prenderà cura del giardino.

Le proporzioni cambiano, ci rendiamo sempre più conto della vita che scorre anche in un solo spazietto di terra, di quanto tutto sia importante, di come ognuno possa far la differenza per piccolo che sia e se non può farla fisicamente la può fare col desiderio, la volontà.

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