“Un grande giorno di niente” ultimo albo di Beatrice Alemagna

La mia domanda è molto semplice: quando si arriva a scrivere, a illustrare, o comunque a “fare” opere di un certo valore estetico, poi come si va avanti fedeli a quel risultato?
Italo Calvino, si vede che sono proprio figlia di studi calviniani, per una vita intera ha teorizzato la difficoltà di scrivere un libro dopo l’altro, di riconoscersi e farsi riconoscere ogni volta.
Il dubbio di tradire il lettore e di tradirsi deve essere forte. Almeno per qualcuno.

Non so come la viva Beatrice Alemagna, ogni suo albo è attesissimo, ognuno è un po’ più in là dell’altro, ciascuno ribadisce nella variato un grande percorso coerente e fedele a se stesso.

Tutto questo per dirvi che degli autori a cui voglio bene, perché a un certo punto ad alcuni autori (non creature fisiche, reali) si arriva a voler bene, a volte ho paura di leggere l’ultima opera… E se non fosse all’altezza…del mio affetto?

Sono andata troppo in là e rientro: l’affetto qui non c’entra, quello che c’entra è il volersi sentire confermati in uno sbilanciamento critico.
Tranquilli.

Un grande giorno di niente, l’ultimo albo di Beatrice Alemagna appena edito da Topipittori, è un libro potente.

Potente e liberatorio, come e in maniera diversa era strato il Meraviglioso cicciapelliccia

Accosto i due albi al volo perché mi pare che nell’impostazione narrativa e grafica siano molto simili, si richiamino dai colori accesissimi dei risguardi, alla modalità di costruzione del scelta del personaggio, alla sequenza narrativa delle tavole a…

Ma della serendipity di Eddi al protagonista di Un grande giorno di niente è rimasto poco, la fiducia nell’esistente non è lì a soccorrerlo, a priori, credo quell’età sia ormai passata per lui, e la storia ci fa intuire che forse è passata anche in maniera traumatica. La fiducia nell’esistente va ritrovata, ricercata, con un doloroso, nel senso anche fisico del termine, rovesciamento di prospettiva.

La narrazione si apre con una pioggia a capofitto, sfido chiunque a essere di buon umore. La solita casa delle vacanze, la solita pioggia, la solita mamma che lavora al computer, ma qualcosa di insolito la subodoriamo, il testo l’accenna quasi per caso: manca il padre (p.s. anche nel ciccia pelliccia mancano figure paterne). Chissà da quanto e perché manca questo papà che invece di mostrare al figlio le meraviglie del mondo permette indirettamente che si anneghi in un videogioco di marziani!
Dalla rivolta un po’ debole della mamma scatta l’opportunità dell’avventura: il bambino esce, indossa la mantella col cappuccio color arancio fosforescente e va, alla ricerca, si suppone di un luogo in cui giocare col videogioco dove nessuno badi ai suoi marziani.

Seguiamo la mantellina nel bosco, squarci di luce seguono il bambino e illuminano la narrazione come in una nascita salvifica: il raggio lo colpisce quando saltando perde in acqua il gioco, quando il bambino si fa albero perso nella tempesta, quando le lumache gli preannunciano la rinascita e i funghi e l’odore di sottobosco gli risvegliano la memoria dei sensi.

Ancora poco ed è fatta. Le mani nella terra, là dove i marzianini che uscivano dal videogioco sono diventati parti del Tutto ed hanno sostituito i capelli alle antenne, sembrano radici in cerca di se stesse.
Luce, acqua e terra fanno la rivoluzione, il bambino corre e cade, rotola giù così tanto che dopo il mondo gli appare sottosopra, lui vicino all’arcobaleno e gli alberi sopra. Ogni rinascita prevede una rivoluzione.

Adesso la vita irrompe, aria, odori, parole, acqua che disseta e non infradicia, sassolini con la memoria del mondo, risvegliano l’inedia del protagonista che qui, guarda caso, come in ogni disvelamento che si rispetti, non ha più il cappuccio. Finalmente ha ritrovato se stesso. Se stesso e nessun altro. Là dove il padre non c’è più a mostrargli le meraviglie del mondo esterno arrivano i sensi a risvegliare il figlio perché assolva a questo compito da solo.
Adesso tutto torna: il papà nello specchio che sorride, la mamma con cui condividere un silenzio complice e saturo di cose mai dette che sembrano sciogliersi nel fumo della cioccolata calda.
Un magico incredibile giorno di niente.

Un elogio della noia è stato detto, certo, anche, e poi?

Sul blog di Topipittori non perdetevi l’intervista e alcune tavole di lavoro dell’Alemagna!

Teste Fiorite