Weekend di poesia per l’infanzia

Sabato e domenica scorsi sono stati all’insegna della poesia per l’infanzia. Due personalità d’eccezionissima come Chiara Carminati e Pia Valentinis si sono prese cura delle nostre teste insinuando semi di poesia con parole e immagini.

Impossibile raccontarvi anche solo una delle due giornate ma alcune suggestioni e riflessioni voglio condividerle con voi, soprattutto con chi non ha potuto essere presente (mi scuso, per inciso, dei pochi posti disponibili ma è l’unico modo per garantire un corso e una possibilità di lavoro approfondito).

La difficoltà che molti di noi hanno con la poesia e dunque col proporre poesia a bambine e bambini, ragazzi e ragazze, mi pare perfettamente condensata in una citazione di Adrian Mitchell che ci ha fatto Chiara e in cui io ritrovo un intero mondo:

“La maggior parte delle persone ignora la maggior parte della poesia perché la maggior parte della poesia ignora la maggior parte delle persone”.

Come sfatare un tale mito? Come arrivare, e dove trovare, alla poesia che invece non solo non ignora le persone ma dà loro voce? Direi che qui la poesia rivolta all’infanzia ci sguazza: la sua essenza sta nel dare voce al bambino, al vissuto ma anche alla logica e alla “linguistica” del bambino.

La poesia per l’infanzia è un inno alla parola e per parola si intende non solo il significato ma anche il significante. Ecco, direi che la poesia è il campo in cui l’oggetto verbale e linguistico assume la propria potenza a tutto tondo senza perdersi per strada fonemi e significanti. Per questo il mestiere del poeta e della poetessa è quello di rendere le parole accessibili aggiungendovi qualcosa di nuovo, ovvero il senso del suono (che anche a sentirlo così allitterante dà l’idea). Altro che non interessarsi alle persone, la poesia diventa in questo senso un modo di esprimersi che, in quanto tale, deve essere fornito come strumento a bambine e bambini per aumentare le frecce all’arco delle possibilità di comunicazione.

In tutto questo va da sé che diventa fondamentale la partecipazione della voce e del corpo intero nella lettura dei neri e soprattutto dei bianchi, dei vuoti, dei silenzi, della poesia perché se è vero che essa di differenzia dagli altri componimenti per l’avere tipicamente i versi spezzati e non le righe scritte per intero, è pur vero che il vuoto che resta quando si va a capo è significante quasi quanto il pieno.

Perchè leggere poesia da piccoli? Per avere una – grande – possibilità d’espressione in più che lavori su logiche talvolta altre, trasversali, uteriori del linguaggio e in tal modo porti a utilizzare anche percorsi mentali nuovi allargando le possibilità non solo di comunicazione ma di esistenza al mondo.

Con forse un po’ di stupore il giorno dopo con Pia Valentinis mi sono resa conto che per il linguaggio iconico tutto sommato è la stessa cosa: il contenuto è “contenitore” ed in quanto tale deve essere immediatamente evocativo di ciò che la poesia esprime. Certo con forme e modi diversi: c’è l’illustrazione che completa e risponde, quella che si fa metafora, quella didascalica, quella di sfondo ma sempre e comunque essa si fonda e gioca al pari con significato e significante degli strumenti del linguaggio iconico in primis ma anche e necessariamente con significati e significanti della poesia che viene illustrata.

Il primo motore immobile del lavoro per Pia è, a dispetto del senso intrinseco della parola, il dubbio, titolo anche di un suo bellissimo albo, La duda, non edito in Italia.  Un dubbio che io ho interpretato come una continua quéte, ricerca mossa dalla domanda, dal dubbio, appunto, di aver inteso l’essenza e di come rappresentarla ogni volta senza tradirla.
Per la poesia, forse più che per la narrativa, ma vorrei poterne parlare ancora e ancora con Pia e magari non solo con lei, il lavoro di scelta di posizionamento del testo iconico rispetto a quello letterario credo sia fondamentale, ci sono poesie che vanno accompagnate, quelle che vanno assecondate ma anche quelle che richiedono una presenza sottile, in punta di piedi, che lascia il campo libero alle parole e al tempo stesso le esalti con discrezione.
La maestria di Pia mi pare che in questa capacità di individuare e centrare la giusta distanza sia estrema e nella definizione e individuazione dell’essenza che talvolta si fa correlativo oggettivo della parola attraverso l’oggetto disegnato è forse agevolato dal suo stile parco di colori, bianco e nero di un bianco e nero che come ha detto lei è il tentativo di trovare lo scheletro delle cose, potremmo dire il significante, forse, dell’essenza delle cose.

Il lavoro sulla poesia che ha visto coinvolto un gruppo di persone affiatato e empatico credo riecheggerà a lungo in ciascuno di noi e anche in questo piccolo spazio in cui lasciar semi, con ogni stagione. Mi pare importante rilevare il bisogno di tanti di lavorare in questo campo, di riappropriarsi della poesia troppe volte bistrattata per preconcetto, allontanata per pregiudizio e che invece a bambine e bambini, ragazze e ragazzi che incontriamo sa dare voce, parole, appunto, perlaparola.
 

Teste Fiorite