Di primavera e poesia. 21 marzo

Ma secondo voi chi ha deciso di istituire la giornata mondiale della poesia il 21 marzo, ovvero  il primo giorno di primavera, l’ha fatto consapevolmente e ha voluto in questo modo caricare la data di un significato ulteriore oppure ha chiuso gli occhi e puntato col dito sul calendario una data a caso?

Facciamo che abbia scelto consapevolmente…facciamo che proprio a tavolino la commissione dell’Unesco nel 1999 abbia deciso di puntare sul 21 marzo proprio perché per metà parte del mondo questo è il primo giorno di primavera….che ve ne pare? Sembra quasi, e metto il quasi e mi scuso dell’ironia di cui questo post è probabilmente sin troppo carico, una cosa da cartiglio dei baci perugina, non serve nemmeno l’esperto di marketing, tutto è già servito su un piatto d’argento: le rondini, i fiori di pesco, la rinascita, la primavera…ma poteva mancare la poesia??

Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena, e i fiori e l’erbe, sua dolce famiglia, et garrir Progne et pianger Filomena, e primavera candida e vermiglia. Ridono i prati, e ‘l ciel si rasserena; Giove s’allegra di mirar sua figlia; l’aria e l’acqua e la terra è d’amor piena; ogni animal d’amar si riconsiglia.

Ecco, a me pare un po’ che far coincidere primavera e poesia sia, scusate il gioco allitterante, un po’ troppo “facile”, un po’ come leggere questo sonetto di Petrarca, il 310 del Canzoniere, a metà, la metà qui sopra, scordandoci che c’è un’altra metà (altrimenti il sonetto non potrebbe essere tale) che è in memoria della morte di Laura…

Ma per me, lasso, tornano i più gravi sospiri, che del cor profondo tragge quella ch’al ciel se ne portò le chiavi; e cantar augelletti, e fiorir piagge, e ‘n belle donne oneste atti soavi sono un deserto, e fere aspre e selvagge.

Tranquilli, non avete sbagliato blog, sono sempre io e mi occupo sempre di infanzia…e cosa centra allora tutto questo con noi?

Ve lo spiego subito: a me pare, maligna come sono, che quando ci occupiamo della poesia, o facciamo finta di farlo, ci scordiamo sempre qualcosa, la lasciamo sempre mozza, monca della sua parte…scura, direi. E’ da molto tempo che questo tipo di tradizione divulgativa rispetto alla poesia mi pare abbia la meglio, una poesia intima e intimista, docile e calma, contribuendo a dare alla poesia una faccia che non le è propria, che la dimezza e, in qualche modo, la ammutolisce.

Ma le rime di rabbia, che spazio trovano in questo? E uno come Coleridge col suo Prometeo o il significante del silenzio lasciato dai versi, il 21 marzo con i germogli e i fiori e le farfalle e la poesia cioccolatino dove lo mettiamo?

Lo sforzo che vorrei fare, oggi e ogni giorno, solstizio o equinozio che sia, è quello di recuperare l’uso della parola poetica e dei suoi silenzi come mezzo di espressione letteraria e personale nella sua interezza e, in quanto tale, come lingua tra le lingue di comunicazione a disposizione dell’essere umano sin dalla nascita perchè un bambino di 2 anni, uno di 7, un adolescente, un trentenne e un ottantenne possano trovarvi ciascuno la propria voce e il proprio mondo, reale o immaginifico che sia.

Non so se vi capiti mai quella stranissima sensazione per cui una parola che hai sempre usato con un suo significato, si epifanizzi all’improvviso con tutt’altro senso…mi è successo ieri sera mentre leggevo in differita di un paio di giorni l’ultimo inserto “Qualcuno sa leggere” del Sole 24 ore del 19 marzo in cui nella pagina interna c’è, come sempre, una pagina di un fumettista. Questa settimana era Marino Neri, che non conoscevo, con un mini racconto a fumetto intitolato  Il ritorno del mondo che fu ed ecco cosa mi è saltato all’orecchio: la parola “verso” riferita agli uccelli di cui il protagonista del fumetto ascolta il verso, appunto, non sono più riuscita a leggerla con il significato di verso dell’animale ma solo con quello di verso della poesia.

Lo so, vi sembro particolarmente scema e concordo anche con voi, ma è stato un vero cortocircuito linguistico e di significato: per tutti gli animali parliamo di verso e per l’uomo? Quando parliamo di versi in riferimento al genere umano non ci viene affatto in mente la parola, la lingua, bensì qualcosa di costruito, artefatto, sicuramente difficile.

E se invece, recuperassimo il senso che diamo alla parola in riferimento agli animali e pensassimo ai versi come la voce, la lingua del genere umano?

Il passero cinguetta,

l’elefante barrisce,

la mucca muggisce

ecco, i loro versi,

e il nostro qual è?

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