“L’attacchino” di Bruno Tognolini e Gianni de Conno

In questi giorni ho ripreso in mano i libri che mi venivano in mente illustrati da Gianni de Conno, illustratore scomparso prematuramente sabato scorso, e sono tornata su un testo che avevo dimenticato.

L’attacchino di Bruno Tognolini e Gianni de Conno, Gallucci 2013.

Sono tornata su questo testo in prosa di Tognolini, sulle illustrazioni di de Conno così realistiche da essere surreali e ho visto, ho letto qualcosa che evidentemente diversi anni fa, quando uscì il libro, non avevo notato, o forse non lo ricordavo più.

Nell’attacchino Pietro Colla (nomen omen), e soprattutto nella mediazione iconografica della sua storia di cartelloni attaccati a mo’ di desideri realizzati sui muri, ho visto Marcovaldo. Quel Marcovaldo di Italo Calvino che nel 1963 vedeva nei cartelloni pubblicitari sull’autostrada il bosco che avrebbe riscaldato la sua povera famiglia (il racconto è Il bosco sull’autostrada).

Mentre le illustrazioni mi hanno portata da Marcovaldo, il testo mi ha portato nel cuore di un ragazzo di 12 anni a cui non si può mica dire sempre di no. Una storia di piccola grande ribellione verso la sordità (benché talvolta involontaria) degli adulti nei confronti dei ragazzi, la richiesta disperata di ascolto e riconoscimento e…la straordinaria silenziosa ma tangibile risposta di un padre che si mette in ascolto.

Dunque da un lato l’ingenuità sospesa tra poesia e idiozia (per come la intendeva Dostoevskij) e dall’altro un estremo attivismo pratico votato però al riconoscimento del desiderio ed alla invenzione di un nuovo incredibile lessico familiare fatto con i cartelli pubblicitari.

Quello dell’attacchino è un mestiere che esiste ancora, spesso delegato a coloro che sono considerati i nuovi poveri, gli immigrati, almeno qui a Venezia spesso è così; tuttavia per una serie di motivi, sarà per il boom economico, sarà per alcuni richiami di tipo sociale, il mestiere dell’attacchino a me rimanda agli anni Sessanta e, con loro, a Marcovaldo.

Eppure ho preso un abbaglio. Pietro colla con l’operaio torinese che scambia i cartelli sull’autostrada per boschi non ha niente a che fare. Pietro Colla è uomo risoluto e di poche parole che invece di disperarsi per la scomparsa del figlio preadolescente che voleva solo una piccionaia che gli è stata negata (insieme a tante altre cose prima), reagisce e agisce. Pensa a come comunicare col figlio e dirgli di tornare a casa; confabula con i suoi due amici e per una giornata intera tappezzano la città di collage di cartelloni giganti che prendono la forma e il contenuti dei desideri negati del figlio Giovanni. Un’intera città si ferma ad osservare il messaggio in codice di questo padre che finalmente, a modo suo, è riuscito a comunicare col figlio, a dirgli che l’ha sempre ascoltato, seppure non esaudito.

Giovanni torna a casa. Non una parola per dire felicità o rimprovero o per spiegare e raccontare. La città parla da sé, il balcone con la piccionaia che si staglia sul cielo dell’ennesimo cartellone pure. Non una parola in più.

Un racconto pacato, pulito, bellissimo in cui il testo di Tognolini e le illustrazioni di de Conno parlano compensandosi, come deve essere negli albi illustrati. Una storia di ascolto profondo che lascia dietro di sé una città che per un giorno ha visto ciò che un ragazzo desidera, ha passeggiato tra i semplici sogni di un adolescente in erba e questo sì, sarebbe molto ma molto piaciuto a Marcovaldo!

 

 

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