Un libro in cartella. “Il treno di Bogotà”

“Il treno di Bogotà”

 Età: da   5 anni

Pagine: 36

Formato: 10×19

Anno: 1986

Editore: Nuove Edizioni Romane

Collana: Tante storie/ poesia/ teatro

Autore: Roberto Piumini

Illustratore: Cristina Solé e Gisela Viloria

Siamo ancora in viaggio.

Questa volta siamo in treno. Un treno costituito da dieci vagoni. Senza apparente destinazione.

Il treno (giocattolo, di plastica o di stoffa, vero o modellino fedele) affascina sempre e da sempre i bambini. Le rotaie, i vagoni, lo sbuffo di vapore, il fischio, il capotreno, il macchinista, la tipica struttura a pezzi staccati e snodabili ma allo stesso tempo attaccati fra loro. Affascina, senza ombra di dubbio.

Chi da bambino non ha mai giocato col treno o al treno?

Ricordo che io e mio fratello quando la mamma doveva pulire per terra in cucina metteva tutte le sedie in corridoio, sedie in legno massello, belle pesanti, con la seduta in paglia e il cuscino arancione sopra. Ricordo che capovolgevamo le sedie e automaticamente la seduta si staccava e fuoriuscivano i pericolosissimi chiodi che la tenevano incastrata. Allora velocemente riposizionavamo la seduta incastrandola tra i chiodi come se nulla fosse successo. Tre sedie, posizionate orizzontalmente di modo che le zampe delle sedie delimitassero uno spazio che si trasformava in vagone. L’ultima sedia manteneva la posizione “eretta” e costituiva la locomotiva dove il macchinista guidava.

Ricordo poi un anno in cui mio fratello chiese a Babbo Natale un trenino elettrico “vero” con tanto di rotaie, gallerie e panorama integrato. Quella volta Babbo Natale e i folletti superarono se stessi. Arrivò un piano di compensato grande quanto un tavolo, addirittura semirichiudibile ai lati tramite cerniere, totalmente fatto a mano con rotaie, gallerie e panorama. Bellissimo!

Il libro di cui oggi vi narro la lettura non l’ho propriamente “scelto”.

Diciamo piuttosto che è stato il libro a scegliere me. La testa fiorita per eccellenza, sapendo che quest’anno insegnavo italiano in classe prima e avrei iniziato questo nuovo metaforico viaggio, aveva deciso di prestarmelo. Un libro a lei caro e di cui aveva già scritto.

È un libro davvero prezioso e speciale anche perché edito… nel lontano 1986.

Il libro profuma di “vecchio” ed è un vero e proprio cartonato, nel senso che è fatto di cartoncino spesso. Non credo si possa definire albo perché ha delle illustrazioni che dicono esattamente quanto dice il testo, un frangente, il frangente principale, quello che discrimina quella scena e la contraddistingue ma sicuramente, per l’epoca a cui risale, ha davvero molto potenziale.

Veniamo alla lettura vera e propria…

La cosa bizzarra di questo libro, oltre al formato a fisarmonica, è che, anziché aggiungere di volta in volta qualche particolare alla storia, lo toglie. Anziché accelerare, a tratti rallenta e quel che fa rallentare il treno lo si lascia fuori della storia. Una sorta di “zavorra” da eliminare. Ciò che stupisce è che nei libri solitamente tutto fa parte della storia e pagina dopo pagina si aggiungono personaggi e vicissitudini. In questo libro invece tutto ciò che rallenta il treno può stare fuori e pagina dopo pagina, un vagone alla volta esce dalla storia… per non rallentare il treno.

Un treno bizzarro perché non ha destinazione. Eppure va.

Il viaggio si costruisce strada facendo.

Aprendo totalmente il libro-fisarmonica ci si trova di fronte ad un treno con 10 vagoni lungo circa un metro. E sotto a ciascun vagone una storia. Sollevando il “vagone” verso l’alto appare un testo, che mantiene una struttura comune per tutta la storia.

Spiazza il finale che fa luce sulla destinazione e tramuta quello che noi (io e i bambini) avevamo inteso come una sorta di peso, zavorra, in qualcosa di molto più profondo. Dal vagone numero 10 al vagone numero 2 quando il treno rallenta per varie cause prima di staccare il vagone, il treno fischia: una, due, talora addirittura tre volte… come per offrire una possibilità di scelta: rimanere attaccati al treno e restare nella storia o staccarsi, uscire da questa storia con cui ormai si ha poco a che fare e… magari viverne un’altra?

Giunti al vagone numero 1, quindi quasi alla conclusione del libro, incontriamo una vecchina

“…che guardava il paesaggio con i suoi occhi vecchini, e si accarezzava una mano vecchina con l’altra mano veno vecchina: però aveva il cuore bambino, e perciò rideva quando vedeva qualcosa di bello: un prato, un albero, una strada bianca, eccetera. Ad un tratto vide proprio in cima a una collina una piccola casa rosa con le persiane verdi…”

“Era così bella che la vecchina la desiderò”

“E il treno sentiva il desiderio della vecchina che frenava leggermente la corsa, e senza nessun fischio staccò il vagone e lo lasciò vicino a quella casetta rosa, fuori da questa storia”.

Mi piace la dolcezza e delicatezza che mostra il treno di Bogotà nei confronti della vecchina, alla fine non fischia nemmeno, ma ascolta il suo desiderio e lo esaudisce.

Il finale spiazza e non per tutti i bambini è stato immediato, anzi. Mi ha stupito la capacità di ascolto e di attenzione. Sempre più spesso, in epoca odierna, si parla di bassa soglia attentiva e posso confermare che è vero, a volte i bambini (ma anche gli adulti) faticano a concentrarsi, ma quando si legge una storia ad alta voce è diverso. Potere della storia, potere della voce, potere dell’immaginazione… forse tutti questi poteri combinati assieme.

Un dato di fatto:

i bambini più vivaci sono quelli capaci di ascoltare più profondamente, cogliendo sfumature impensate.

 

Commenti dei bambini

“Che forte questo libro maestra, sembra una molla”

“È un libro al contrario”

“Maestra i vagoni vanno dal 10 all’1, io so contare dal 10 all’1 senti… 10,9,8,7,6,5,4,3,2,1”

“Leggi sotto il disegno del vagone che storia c’è scritta, vai avanti…”

“Il desiderio è quella cosa che uno desidera più di tutto, che vuole di più”

“La bambina con i capelli rossi fuori dal finestrino frenava il treno”

“Io non ho paura di entrare in galleria, ma del buio e dei rumori forti sì”

“Se io fossi stato nel treno sai cosa avrei fatto? Avrei guardato fuori dal finestrino con i miei binocoli”

Parlare con i bambini è abbastanza facile, tutti hanno tanto da dire e tutti ci tengono a farlo, anzi a volte più di qualcuno alza la mano per parlare senza avere qualcosa di pensato da dire. Però, sì c’è un però, rispondono più o meno attivamente in base all’argomento. Infatti a volte si dialoga o discute animatamente altre volte invece fanno fatica a dare voce ai loro pensieri ed emozioni. Ciò da un lato è legato all’età, alcuni infatti risultano essere ancora molto fisici, dall’altro dall’allenamento (anche pensare, riordinare i pensieri e tramutarli in parole non è né semplice né immediato) e infine dall’influenza che la società liquida e consumistica ha su questi bambini per cui spesso accade che il desiderio stesso è ancora in fase embrionale e anziché lasciarlo maturare è già stato materializzato.

 

“Poi, senza fretta, continuò il viaggio: perché il mondo è rotondo, e perché altri vagoni lo aspettavano a Bogotà, e perché era il treno della libertà”.

 

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