Vorrei che la prima cosa, stamattina, fosse, se non l’odore del ferro, perché abbiamo tutti vite abbastanza agiate, il pensiero di quell’odore che accompagna tantissimi operai e che per diverso tempo ha impregnato il naso e l’immaginazione di una delle nostre grandissime illustratrici italiane : Sonia Maria Luce Possentini.

La prima cosa fu l’odore del ferro è un albo illustrato molto particolare che, giustamente, ha richiamato attenzione quando è uscito quasi un anno fa, a gennaio 2018, per le edizioni Rrose Selavy. Scritto e illustrato dalla Possentini racconta in prima persona una storia vera, la storia autobiografica di quando l’autrice, prima di illustrare, prima di essere ciò che è e che tutti noi conosciamo e godiamo, pagò il proprio tributo di vita alla fabbrica…e che fabbrica. Una fonderia, unica donna tra uomini, uomini quasi annichiliti dal lavoro e dalla fatica tra cui però è possibile stabilire relazioni sane, umane, paritarie perché questo la fabbrica lo sa fare davvero: rendere tutti uguali.

Nel grigio, nel freddo esterno, e nell’odore del ferro, l’io narrante continua a sognare, a sperare e con lei lo fa un cane, passione indiscussa, un cane che un giorno compare come un segno del destino e come tale resterà accanto a Sonia dentro e fuori la fabbrica, dentro e fuori il libro:è lui che ci chiama dalla copertina.

Se fosse per la storia che narra, La prima cosa fu l’odore del ferro sarebbe di per sè un albo interessante; un albo sul lavoro, sulla determinazione, sulla passione, sulla fiducia nella vita e sulla condizione operaia e chi più ne ha più ne metta.

Ma fortunatamente La prima cosa fu l’odore del ferro non è solo questo, d’altra parte nessun libro è, davvero, solo, la storia che narra; sono lo stile, il linguaggio, il tono di parole e immagini a rendere questo albo eccezionale.

Che le illustrazioni della Possentini siano dotate di grande forza e impatto lo sappiamo tutti, ma che la sua lingua sappia essere allo stesso livello densa e materica è quasi una novità, sebbene non potrei dire, una sorpresa.

Solitamente Sonia illustra testi di altri, spesso il suo stile eccezionale e inconfondibile viene scelto per storie significative a cui non sempre corrisponde un’adeguatezza di linguaggio narrativo.

Qui, invece, finalmente, la voce è una sola, unisona, le parole sono scelte una per una, dolorosamente, il loro potere non è solo significante ma anche sonoro: le allitterazioni, i suoi che riecheggiano, le anafore, fanno il paio perfetto con le illustrazioni della fabbrica, del cane, di se stessa nella fabbrica, che la Possentini ha messo insieme per questo albo.

Se volete un’idea di cosa voglia dire raccontare la propria storia con la forza che solo la passione e la vita che rugge mai arruginita, forte come il ferro, possono avere, allora vi consiglio vivamente la lettura de La prima cosa fu l’odore del ferro in cui potremo ritrovare una donna e una grande autrice in tutta se stessa, ma anche, un monumento alla forza della volontà, al potere dell’immaginazione e del desiderio.

A chi è diretto questo albo? Non è una lettura per piccoli, mi pare, la scrittura è più in sintonia forse con una sensibilità più adulta, immagino questo albo in mano a ragazzi delle secondarie, un’occasione per incontrare il mondo operaio, la forza di una donna tra gli uomini e, soprattutto,  una scrittura e un’estetica che possono segnarti come lettore e come persona.

L’introduzione dell’albo è di Maurizio Landini, la dedica è a Davide Calì che ha sostenuto Sonia nella paura di scrivere, speriamo che sia passata questa paura, o che sia stata almeno un pochino esorcizzata, e che la voce torni a farsi sentire, e ad accompagnarsi alle illustrazioni, feroce e densa con tutto ciò che di buono c’è nell’essere feroci, ovvero la passione di essere.

Non smetterò mai di credere nel domani, nella possibilità della felicità.

Ogni giorno, per tre anni.

Andavo, tornavo.

La casa, la fabbrica, i sogni.

Poi, come cani alla catena, ci si abitua a tutto. Al rumore, al freddo che spacca le ossa d’inverno, e al caldo soffocante d’estate. Ci si abitua anche a un nuovo vocabolario, perchè più è sgomenta la sofferenza di un uomo, più il suo linguaggio diventa disprezzo, inchiostro nero senza sfumature e senza poesia. Tiriamo noi stessi come elastici. Fino a scoppiare. Una collisione umana. Di cui rimangono solo le smorfie.