Mettetevi comodi e preparatevi a leggere di questo libro che è stata una delle letture più significative del 2018 e appositamente l’ho scelto per aprire il 2019 di teste fiorite per la parte di libri e romanzi per ragazzi.

Sto parlando de Il grido del lupo di Melvin Burgess edito in italia nel 2017 da Equilibri ma pubblicato per la prima volta in lingua originale nel 1990 quale prima prova di quello che poi si è rivelato uno dei più innovativi e importanti autori per ragazzi.

Non mi soffermerò sulla trama del libro e dirò soltanto che si tratta di una caccia senza quartiere agli ultimi esemplari di lupo in Inghilterra. L’autore si immagina che si scopra l’esistenza di sparuti individui di lupi là dove risultano estinti da oltre un secolo, e che il Cacciatore arrivi per stermianarli. Lui, il cacciatore, punta ad uccidere l’ultimo lupo, ad estinguerne la specie; e lui, il piccolo ultimo lupo, punta alla sopravvivenza. Non vi dico come la storia finisce, ci mancherebbe altro, ma vi dico che il fiato lo terrete sospeso molto ma molto a lungo. E questo è senz’altro uno dei meriti della narrazione di Burgess in questo libro: la costruzione della suspense.

Ma la vera straordinarietà  della narrazione de Il grido del lupo è il come e il cosa costruisce quella suspense che ci tiene incollati alle pagine: l’incredibile protagonismo, direi assoluto, del male e della violenza senza attenuanti nè giustificazioni.

Nella contrapposizione uomo/natura su cui la narrazione gioca, il male è tutto dalla parte dell’uomo ma non c’è un “bene” dalla parte della natura – come d’altra parte non potrebbe esserci, non almeno per un appassionato naturalista e conoscitore dell’ambiente naturale come Burgess -: dalla parte della natura c’è la sopravvivenza naturale, necessaria così com’è, contrapposta con semplicità agghiacciante alla non necessarietà, alla superfluità, della morte provocata dall’uomo.

Un romanzo in cui compare il male assoluto, una faccia dell’umano che non lascia alcun appiglio alla ricerca di umanità, un dato caratteristico della scrittura di Burgess che si andrà affinando e definendo nei vari romanzi con protagonisti adolescenti e che qui, davanti al solo cacciatore e lupo, si esprime senza mediazioni. Come rileva benissimo Gabriela Zucchini nell’introduzione all’intervista a Burgess uscita su Handersen 350 2018 

 “La simpatia per il diavolo”, che sembra connotare la sua produzione letteraria, non ha quindi il significato di una accettazione del male, ma dell’importanza di conoscerlo nelle sue diverse manifestazioni per sapere come combatterlo. E le sue storie, pur così dure e vere, ci parlano sempre e comunque di amore, anche se visto ed esplorato da punti di vista inusuali: di una caccia spietata.

Ne Il grido del lupo le famiglie di lupi che mano a mano vengono sterminate hanno dinamiche e nomi e sentimenti non umanizzati ma presenti, è invece l’uomo, il cacciatore, che non è nemmeno degno di un nome e di qualsiasi segno di umanità, in senso lato. L’unico elemento umano “positivo” della narrazione è il ragazzino Ben che ama i lupi ma involontariamente dà il via alla caccia rivelando al cacciatore la presenza degli animali selvaggi. A Ben però si deve il primo salvataggio del cucciolo di quello che sarà l’ultimo lupo e poi un secondo salvataggio durante la fuga. Per il resto ci troviamo di fronte ad un corpo a corpo tra cacciatore e lupi. La chiusa rovescia i ruoli, il cacciatore si fa preda e il lupo tenta la rivincita che è ormai solo una vendetta non potendo più salvare la sua specie nè i suoi cari. Ma, tranquilli, Brugess non “macchierà” il lupo di un delitto che potrebbe assimilarlo, seppure lontanamente, al suo persecutore, lo lascerà intatto spettatore mentre al cacciatore andrà una condanna morale totale ed assouta, quella che merita chi non ha pietà della vita e nemmeno del suo stesso cane.

La mia storia è una sorta di risarcimento nei confronti del lupo. In essa i lupi hanno nomi e relazioni familiari, mentre il cacciatore non ha nome e non ha affetti. In realtà è lui ad avere il carattere del lupo esopiano: malvagio, avido e omicida.

Questo dichiara l’autore nella postafazione del libro. Il grido del lupo è un risarcimento nei confronti di questo animale vessato dalle favole e dalle fiabe ma, oltre questo elemento, sicuramente presente e forte, c’è nella scrittura di Burgess la volontà di creare un confronto con la possibilità stessa del male, una metafora animale ed umana di ciò che può muovere gli istinti più bassi del genere umano. Più che essere il lupo a riscattarsi è qui il cacciatore a determinare la sua inappellabile condanna da parte del lettore che, sempre più incredulo, cercherà tra le pagine, disperatamente, invano, tracce di umanità nella figura umana.

Di fronte ai libri di Burgess, questo a dire la verità abbastanza anomalo rispetto agli altri suoi – penso a Kill all enemies, ad esempio – spesso ci si chiede se se sia poi così necessario raccontare storie buie, senza speranza o in cui la fatica di vivere sia narrata nella sua totalità… L’autore non ha dubbi su questo, ed infatti è uno dei più grandi del settore: ai ragazzi si deve e si può raccontare tutto, anche, se non soprattutto in alcuni casi, il buio che sperimentano dentro di loro e che la letteratura può mettere in scena in sicurezza. Il punto è il come si racconta e il punto di vista che si decide di assumere, qui sta la bravura dello scrittore che verrà senza fallo ricompensato dai moltissimi lettori adolescenti entusiasti. Nell’intervista a cura di Gabriela Zucchini sopra citata Burgess afferma:

Dal mio punto di vista, la cosa più importante è che gli scrittori YA forzano spesso i confini di ciò che pensiamo sia la letteratura YA, proprio come fanno gli adolescenti nelle loro vite reali. D’altra parte non starebbero facendo il loro lavoro se così non fosse.

Lo scrittore per ragazzi dunque tenta, spinge, provoca e mina i confini, del bene e del male, nel bene e nel male, qui, straordinariamente, Burgess lo fa giocando con i margini, le soglie stesse, della letteratura, della favola e della stessa umanità.