Oh Harriet!

In questa settimana fortuitamente dedicata a narrazione al femminile e sul femminile, con protagoniste donne e bambine, non può mancare questo romanzo di Francesco D’Adamo, edito da Giunti, che è stato appena inserito anche nella terna di finalisti del Premio Cento per le scuole secondarie di primo grado.

Oh Harriet! è un romanzo che racconta una storia forte e vera, forse forte perché vera: D’Adamo si confronta, nuovamente, dopo Oh Freedom, con la schivitù amercicana dedicando il suo racconto alla figura ed alla vita di Harriet Tubman, nome originario Minty, colei che è nota in America soprattutto come la Mosè dei neri.

Una donna piccola e decisamente non in salute che con caparbietà quasi folle tenta e riesce a fuggire dalla piantagione in cui era schiava, nata schiava da una famiglia e moltiditune di schiavi, e da Philadelphia ad organizzare il salvataggio di migliaia e migliaia di schiavi. E’ grazie a lei che prenderà vita quella che viene chiamata la Underground Road, quel percorso a piedi, fatto di tappe segrete, che potrerà tanti schiavi dalle piantagioni di cotone in salvo oltre frontiera.

Insomma quella di Harriet è una di quelle storie talmente importanti, e che hanno fatto così tanto la differenza per il genere umano, che ti vergogni di non averla sentita prima, se così è, e per me è stato così.

E così è anche per il protagonista del libro, il giornalista alle prime armi Billy Bishop che mentre il Titanic va a fondo e tutta la sua categoria cerca di far carriera con reportage sul caso, lui va forzatamente inviato in un paesino sperdutissimo, in una locanda che è una topaia, ad intervistare una vecchia signora nera che nessuno sa nemmeno chi sia…salvo poi, naturalmente, ricredersi.

Mi sono domandata più volte se questo libro valga e prenda la sua forza dalla storia che narra, o dalla sua capacità di narrarla. E’ vero, quando si raccontano storie di questa potenza, il che accade solitamente con storie prese da avvenimenti realmente accaduti, in qualche modo sembra di star “giocando facile”, come si fa a non far breccia con una storia del genere!?

E invece no, così è detto che che sia. Mi capita di leggere in continuazione libri con storie importanti e anche belle che diventano un inferno letterario per l’assoluta incapacità narrativa; oppure, che diventano dei libretti a tema che non lasciano nemmeno il tempo che trovano.

Qui no, qui ci troviamo di fronte ad una scrittura, e ad uno scrittore, che le sue carte se le sa giocare. E’ vero, ha uno stile abbastanza “cinematografico” o forse preferirei dire visivo, il suo racconto è esplicito  diretto ma non mi pare che questo sia, in questo caso, un difetto. Ho letto l’interessante recensione di Rdicelabirinto a riguardo che potete leggere qui e sono tornata a ripensare a questo romanzo in ottica critica ma mi pare che il testo regga ugualmente.

Credo anzi che sia la facilità e rapidità di scrittura del libro, che dietro ha un gran lavoro di controllo letterario, a rendere la lettura non solo piacevole ma leggera là dove il tema avrebbe davvero potuto tirare verso il basso, drammatizzare e commuovere giocando davvero “facile”. Alla prova di lettura dei ragazzi sono molto fiduciosa della tenuta del libro perché riesce ad essere avvincente e, se è vero che un lettore critico adulto può sentire l’influsso citazionistico del cinema e di altri libri ambientati alla stessa epoca e con temi simili, è anche vero che questo patrimonio non fa parte dei ragazzi lettori e che comunque l’autore non ne fa mai un uso eccessivo. Tutti gli scrittori, più o meno consapevolmente, rimasticano cose lette e viste, a volte si tratta di citazioni volontarie, omaggi, altre solo di un’influenza dell’immaginazione lasciata da ciò che si legge e si vede.

Certo, quello che resta del libro, è la straordinaria storia di questa piccola immensa donna, ma sempre dietro una bella storia c’è una buona scrittura e questo caso non fa eccezione.

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