“Il punto”

 Età: da 5 anni

Pagine: 36

Formato: 20×21,5

Anno: 2013

Editore: Ape Junior

Autore e illustratore: Peter H. Reynolds

 

 

 

 

I bambini di oggi sembrano sicurissimi di sé.

Spesso nel gruppo si dimostrano spavaldi, padroneggiamo parole e atteggiamenti accettati e riconosciuti dal gruppo dei pari. Sono piuttosto chiassosi, usano toni alti sia della voce che delle mani. Ma, ad una domanda, una qualsiasi domanda, posta loro individualmente, all’interno di una collettività come ad esempio può essere l’ambiente classe, non rispondono. Solo silenzio. Imbarazzante silenzio. Una situazione di disagio, simile a timidezza, un’incapacità di formulare frasi di senso compiuto che possano dare voce al proprio pensiero. Una difficoltà forte ad esprimere sentimenti ed emozioni.

Ciò vale tanto per lo scambio orale quanto per il dialogo in senso lato, inteso come forma espressiva altra rispetto la parola, come ad esempio il canto o il disegno. Vi è mai capitato di vedere bambini in imbarazzo per cantare e “tirar fuori la voce”? Dicono che si vergognano. Lo stesso vale per l’arte grafica, quante volte mi è capitato di sentire bambini dirmi “Maestra, io non so disegnare… non sono capace, proprio non ci riesco”.

Questo perché accade?

Nell’era odierna abbiamo bambini estremamente sicuri di sé su alcuni versanti come per esempio quelli che riguardano il rapporto con gli adulti di riferimento e il codice di atteggiamenti che consentono l’accettazione sociale (alias apparenza) e insicuri di sé su tutti quei versanti che invece riguardano il sé più intimo, la persona (stima di sé, senso di auto-efficacia).

Se da un lato ciò è attribuibile alla società liquida, come diceva Bauman, al male dei nostri tempi, all’incertezza, alla complessità delle relazioni… dall’altro è strettamente collegata all’unico strumento a disposizione del genere umano che può permettere una svolta radicale, una chiave di lettura diversa: l’educazione.

A tutto si può essere educati, aiutati ad apprendere e a tirar fuori dal profondo il meglio di sé, valorizzando qualità e attitudini.

Spesso i bambini, anche i più intraprendenti si bloccano, temono di sbagliare, di non fare bene. Il problema ovviamente non risiede nelle capacità effettive dei bambini stessi o in possibili loro difficoltà o disturbi, ma nelle aspettative che gli altri hanno sul sé: dai compagni, agli adulti e infine pure se stessi.

Riguardo le aspettative che gli altri hanno sul sé non c’è molto margine di intervento, se non cercare di ridimensionare oggettivamente le richieste e l’interpretazione delle stesse. Riguardo invece le aspettative su se stessi, a mio avviso, si può intervenire attraverso l’educazione: educando al dialogo, educando all’ascolto, educando al riconoscimento e alla gestione delle emozioni, educando al disegno…

Il libro di cui oggi vi narrerò la lettura in poche pagine riassume tutto ciò.

Durante la ricreazione solitamente scendiamo a giocare in giardino. I bambini della mia classe prima, quando torniamo in aula, mi chiedono sempre “Ora possiamo fare un po’ di disegno libero?”. E tra me e me penso: “Ma come, avete corso e giocato per un bel po’ di tempo e ora volete anche disegnare?!?”.

Inizialmente faticavo a capire questa richiesta che in realtà altro non era che il bisogno di una piccola certezza, un rituale, una routine che permettesse loro di passare dal momento ricreativo e di svago al momento di “lavoro”. E allora ben venga questo momento di passaggio.

Oggi li ho stupiti, ho preceduto la consueta domanda “Possiamo fare un po’ di disegno libero?” consegnando loro un foglio bianco. A disposizione pastelli, cere, pennarelli e gessi.

La consegna: “Potete disegnare quello che volete, usando i colori che preferite”. Anch’io ho disegnato. “Maestra disegni anche tu?” “Posso vedere?” “Posso mostrare il tuo disegno ai compagni?”.

Dopo un po’ ho ritirato i disegni e ho iniziato a leggere il piccolo libro che ho portato in cartella oggi, formato quasi quadrato (20×21,5) e facile da maneggiare.

Il punto

“La lezione di disegno è terminata, ma Vashti resta incollata alla sedia. Il foglio sul banco è più pulito che mai!”

“La sua insegnante osserva il foglio bianco. ‘Ah, un orso polare in una tempesta di neve’ Dice. ‘Molto divertente!’ Esclama Vashti. ‘È che proprio non so disegnare!’”

Allora l’insegnante invita Vashti a disegnare un punto, un semplice punto e provare a vedere dove questo la conduce. Vashti di malavoglia fa un punto. L’insegnante le dice di firmare il suo punto. Tutto sembra essere concluso, ma l’indomani quando Vashti torna a scuola trova il suo disegno incorniciato e appeso dietro alla cattedra. A questo punto decide di “migliorare” e “abbellire” il suo punto e ne disegna tanti altri, diversi

 

per forma, colore, numerosità. Ne disegna così tanti da poter allestire addirittura parte della mostra scolastica. Le sue opere d’arte riscuotono grande successo, a tal punto che la storia si ripete.

 

“A un tratto la piccola nota un bambino che la osserva. ‘Sei davvero una grande artista’ le dice. ‘Anch’io vorrei saper disegnare’. ‘Scommetto che ne sei capace’ risponde Vashti. ‘IO? No, io no. Non so neanche tirare una riga dritta con il righello’…”

“Vashti da un’occhiata a quel ghirigoro. Poi dice… ‘Adesso firmalo?”

I testi sono breve e incisivi. Le illustrazioni pure e nell’essenzialità enfatizzano emozioni e stati d’animo. C’è un sacco di bianco tra le pagine, sia attorno al testo che attorno alle illustrazioni. L’autore permette al lettore di dar voce al suo immaginario, offre spazio e tempo per il suo pensiero.

 

Commenti a caldo

“Ma è scritto in stampato minuscolo? Ecco perché non riesco a leggere…”

“Maestra ti ricordi all’inizio dell’anno quando ti dicevo che non ero capace a disegnare?”

“Io una volta non riuscivo a fare le cornicette”

“Mi piace quando Vashti dipinge sul cartellone gigante”

“Mia nonna ha incorniciato un disegno che ho fatto io”

“È bello quando Vashti disegna tanti punti diversi e di tutti i colori dell’arcobaleno”

“Un punto può essere un sole o anche una palla”

“Io a volte vado a vedere le mostre con mia mamma e i quadri sono esposti proprio così”

“Anche a me a volte capita che non so disegnare, cioè so come è fatto ma non so come disegnarlo”

“A me vengono bene solo le barche. Magari potrei fare una mostra di barche e motori”

“Cosa vuol dire firmare?!?”

Le mie considerazioni…

Ho osservato che la comprensione del compito e la realizzazione dello stesso dipende molto dalle consegne e dalla capacità da parte dei bambini di leggerle e comprenderle. Spesso davanti a una consegna si bloccano nel senso letterale della parola. E si bloccano non perché non siano in grado di svolgere l’attività assegnata, piuttosto perché sono insicuri sul da farsi, su una possibile interpretazione… il guaio è che non sanno trasformare i pensieri e parole, quindi non riescono a spiegarsi nei tempi dati loro per farlo, spesso l’insegnante, il genitore, l’adulto di riferimento fraintende il dato oggettivo del “non-fatto” come incomprensione, svogliatezza, capriccio, quando in realtà vi è una motivazione ben precisa.

Un’ultima riflessione, riguardo “la firma”…

Ripenso a inizio anno, alla difficoltà della classe a rispettare alcune semplici regole di convivenza e… a come è cambiata la situazione nel momento in cui, dopo aver scelto assieme le regole, hanno “firmato” il patto sottoscrivendolo.

Firmare è un semplice gesto dal significato profondo, significa lasciare un’impronta, metterci del proprio, mettersi in gioco. Il protagonismo dei bambini è fondamentale ed è tutt’altra cosa dall’egocentrismo! Ed è tutt’altra cosa dall’individualismo! Ognuno può dare il suo contributo e ciascun contributo va valorizzato!

Detto ciò metto un punto. E da qui si può ripartire. Per riflettere, per disegnare… per educare!