La cosa più importante

La cosa importante di un libro è che si legge.

Ha diverse peagine,

può avere parole e immagini,

solo parole,

e solo immagini,

ma la cosa più importante di un libro è che si legge.

 

Come si fa a dire, a definire, e soprattutto ad identificare quale delle qualità di un qualcosa o qualcuno è la più importante? Ciò che la/lo definisce?

La cosa più importante di Margaret Wise Brown e Leonard Weisgrad edito da Orecchio acerbo molto di recente è un albo che viene da lontano nel tempo senza portare con sè neanche un granellino di polvere e che dedica una riflessione testuale e iconica di grande spessore alla ricerca della cosa più importante.

Qual è la cosa più importante di un cucchiaio? delle scarpe? della neve? della mela? del cielo? e di te?

La cosa importante di una margherita è che è bianca

E’ gialla al centro,

ha lunghi petali bianchi,

e le api ci si posano sopra,

ha un profumo delicato,

cresce nei campi verdi,

e ci sono sempre

un sacco di margherirte

Ma la cosa più importante

di una margherita

è che è bianca

La cosa importante del cielo è che c’è sempre

E’ vero che è blu, e alto, e pieno di nuvole, e fatto d’aria

Ma la cosa più importante del cielo

è che c’è sempre

La cosa importante

di te

è che tu sei tu

E’ vero che sei stato un bebè,

e che sei cresciuto,

e che ora sei un bambino,

e che diventerai

un uomo

o una donna.

Ma la cosa più importante

di te

è che

tu

sei

tu

L’individuazione della cosa più importante ha a che fare con l’identità, ma anche con la lingua, la descrizione, la selezione delle informazioni e di ciò che rende una cosa ciò che è (e qui si aprirebbero universi di approzzio didattico attraverso gli albi illustrati da poter andare nell’iperuranio). Mi viene in mente la rosa di Romeo e Giulietta di Shakespeare “Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo”? Shakespeare probabilmente direbbe che la cosa più importante della rosa è che profuma… Il nome ha molto a che fare non l’identità ma ciò che lo definisce non è il confronto tautologico col segno del nome bensì, appunto, la cosa più importante.

Il gioco linguistico e retorico che l’albo propone, amplificato dall’ennesima figura retorica della ripetizione quasi anaforica – molto simile al gioco che sono soliti fare i bambini, sostenendone la complessità ermeneutica profonda (di cui i bambini sono inconsapevoli ma che applicano sistematicamente) – è quello di individuare le caratteristiche che definiscono un oggetto e poi di chiedersi quale tra quelle non può essere tolta senza che venga meno il soggetto. Non potrebbe funzionare il gioco se ci limitassimo all’uso tautologico dei nomi: la cosa più importante della mela è che è una mela, il cielo che è il cielo ecc. Va da sè che il gioco, anche linguistico, avrebbe perso di ogni senso, oltre che di appeal.

No, lo sforzo che dobbiamo compiere è uno sforzo di individiazione dell’identità e di selezione delle informazioni.

Solo la chiusa sembra fare un pochino eccezione, ma in realtà così non è anzi, come si suol dire, è l’eccezione che conferma la regola: dire che “la cosa più importante di te è che tu sei tu” vuol dire mettere l’accento non sul nome o sull’età o su ciò che sei stato o, peggio, per ciò che sarai, bensì per ciò che sei qui e ora.

Questa è una delle cose più difficili per gli adulti da riconoscere ai bambini: trovare il senso di vederli, lavorare e rispettarli per ciò che sono ora e qui, non per i bebè che sono stati nè tanto meno per l’adulto che saranno.

Ecco ciò che ogni bambino chiede al mondo adulto: il riconoscimento in sè per sè, l’esserci per l’esserci.

Mi rendo conto che sto prendendo una strada perigliosa ma questa cosa dell’esserci per l’esserci non può non riportarmi alla mente il “dasain” di Heidegger ovvero l’esserci quale entità determinata dell’esistenze. Possiamo dire che il dasein del cielo è di esserci sempre, e della mela di essere rotonda e della neve di essere bianca e di me stesso l’io?
Sì, forse tirandola un pochino per i capelli, ma secondo me si può dire.

Ma a questo punto lo so che vi state domandando: cosa c’entra tutto questo con un albo per bambini piccoli, anzi piccolissimi, com’è La cosa più importante?

Proverò a rispondere a questa sana e razinale obiezione che anche una parte di me mi sta muovendo, che i libri per bambini devono rispecchiare la complessità del mondo, della lingua e del pensiero, non semplificarla. Quando con il linguaggio adatto ai piccoli, anzi piccolissimi, questa complessità viene resa trasparente tanto da permettere elaborazioni ermeneutiche di ampio respiro vuol dire che siamo davanti a un grande libro e La cosa più importante è un grande libro.

Che sia un classico?

Potrebbe…ma di questo parleremo un’altra volta.

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