Una voce dal lago

Se state cercando un romanzo denso, al limite tra lo storico e il giallo ma molto sbilanciato sul giallo, in cui la lingua la fa da padrona e, soprattutto, che vi prende e non vi molla più per centinaia di pagine, allora è il caso che proviate a leggere Una voce dal lago di Jennifer Donnelly edito da Mondadori nel 2016.

Siamo nel 1906, Mattie è una contadina di un paesino vicino ai mondi Adirondack nel nord degli Stati Uniti, vive con le sorelle e il padre, la madre è morta qualche anno prima ed il fratello se n’è andato di casa dopo la morte della madre. Tocca a Mattie prendersi cura della famiglia e lei lo fa egregiamente ma il suo sogno non è quello di fare la brava contadina moglie o sorella ecc., ma il suo sogno è studiare, andare all’Università di New York. Mattie infatti scrive e pare che per la scrittura e le parole abbia un autentico dono, ovviamente incompreso…

Questa è solo un filone della trama del romanzo: quello che si sviluppa in flash back; ma la storia procede per due binari ed il binario che dovrebbe essere portante, e che apre e a cui torna in chiusura il libro, è quello del presente di Mattie: la storia inizia quando nell’albergo dove lei serve come cameriera per racimolare soldi (per sposarsi o per andare all’Università a seconda della strada che deciderà di far prendere alla sua vita) viene recuperata cadavere una giovane ospite affogata durante una gita in barca col suo fidanzato. Mattie però viene a conoscenza dei segreti della ragazza affogata, sospetta che l’incidente non sia stato tale e anche che il fidanzato abbia colpa nella faccenda.

Non sciolgo i nodi della trama nè la chiusa del libro in cui i due filoni temporali narrativi si riuniscono, ma mi fermo sulla struttura del romanzo, davvero interessante.

I capitoli sono un continuo andirivieni tra passato e presente in cui il passato sembra prendere il sopravvento ma ci renderemo dopo conto che il divagare nel passato non è superfluo ma funzionale: funzionale alla narrazione ma, soprattutto, funzionale al ritmo della narrazione che sembra volutamente rallentare e preparare le accelerazioni successive nel ritorno al presente. L’organizzazione del ritmo narrativo, com’è proprio dei romanzi gialli, è altalenante, distanzia i picchi di attenzione e suspense e quando rallenta e fa rilassare il lettore prepara a nuove sorprese. La stessa cosa fanno i capitoli nel loro continuo andare e venire tra presente e passato, un susseguirsi di episodi che potrebbero sovrapporsi, in cui ci si potrebbe perdere non ricordandosi in quale tempo narrativo ci troviamo se non fosse per un bellissimo escamotage: i capitoli in flashbach, anche quelli narrati rigorosamente in prima persona al presente, hanno come titolo una parola, o meglio la parola che Mattie di impegna ad imparare tutti i giorni dal dizionario e da utilizzare nella giornata. I capitoli invece in cui torniamo con Mattie al presente e al mistero del lago non hanno titolo anche se le parole Mattie continua a cercarle nel dizionario benché delle parole, del loro senso e della loro applicazione letteraria (ovvero di tutto ciò che Mattie ha fatto il centro della sua esistenza) cominci a sentir vacillare il senso, la forza.

Perché le cose non possono avere un lieto fine? Si domandano Mattie e Weaver, l’amico speciale con cui condivide la passione per lo studio, quando tutto sembra andare contro i loro desideri e anche contro la fiducia riposta nella natura umana e nella letteratura?

Il lieto fine non esiste, specie per le persone povere come Mattie e Weaver, ma  si può cercare di costruirlo, di essere artefici del proprio destino, chissà se davvero si arriverà ad un lieto fine ma quanto meno non si avrà rinunciato a vivere…

Tra la trama con i due filoni centrali divisi dal tempo narrativo e che poi si ricongiungiono, tra le piccole trame che si intrecciano e che vanno seguite una ad una, un posto di riguardo in questo romanzo lo occupa l’uso delle parole: l’attenzione spasmodica e quasi religiosa per le parole, il loro senso, il potere che sta anche nel costruire parole nuove, inedite, inaudite.

A margine, ma proprio a margine, dopo l’ultima pagina del libro, verremo a sapere dall’autrice che il romanzo nasce e si costruisce intorno ad una vicenda vera: l’omicidio della ragazza a cui seguì uno dei più grandi scanali e processi del primo Novecento americano.

Mattie è pura invenzione letteraria, un personaggio degno delle sue beniamine della grande letteratura, ma ciò che la circonda è la realtà dei luoghi, dei tempi e, per gran parte, degli avvenimenti. Possiamo quindi dire che il romanzo di Mattie, quello verosimile ma pura ficion è il filone che ci porta indietro nel tempo, insieme alle parole; il filone presene, invece è quello in cui Mattie è protagonista che narra la storia di qualcun’altro: di una giovane ragazza uccisa dal presunto fidanzato alla quale non è stato lasciato il tempo di vivere, di scoprire le sue parole, la sua famiglia, l’esistenza a cui avrebbe avuto diritto.

Le due Mattie si sovrappongono e si ritrovano all’unisono nelle ultime, rapidissime pagine in cui, presa la decisione, risolto il nodo, la protagonista fa la sua scelta decide di tentare il lieto fine e di vivere per se stessa e per quella poverina che la sua vita non avrebbe mai più potuto viverla.

Vedetela come volete, Una voce dal lago è un romanzo potente dalla narrazione salda e molto ma molto ben costruita e in cui, come sempre nella buona letteratura, potrete ritrovare ogni tema e ogni pretesto stiate cercando per leggerlo e per consigliarne la lettura ad una ragazza o ad un ragazzo.

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