La rubrica “Noccioline” esce ogni martedì ed è dedicata al fumetto e alla graphic novel ed è a cura di Benedetta Morandini testa fiorita.

Quando “l’invisibile” è la parte più significativa di un mezzo narrativo.
Si è parlato di dialoghi, di regia, di disegni, ma ci siamo chiesti cosa caratterizza davvero un fumetto insieme ai suoi baloon? Lo spazio bianco!
Mi spiego: lo spazio bianco è quella cornice che suddivide una vignetta dall’altra nella tavola.

Un’idea così semplice, che suona così ovvia agli occhi nella lettura, ma che separa il fumetto da tutto il resto. Un buco nella storia, fatto per permettere al lettore di riempirlo, di integrare la storia con la sua immaginazione. Non che debba inventarsi cose di sana pianta ovviamente, ma deve metterci del suo per dare della linearità alla storia. A me capita di immaginare “in movimento” i personaggi, di collegare le vignette l’una con l’altra: ecco quel meccanismo avviene proprio grazie allo spazio bianco.

Ma non è un banale margine dei disegni: va maneggiato con estrema cautela. Proprio il fatto che non sia il primo elemento che viene in mente parlando di fumetti ci fa capire come venga usato in modo appropriato. Serve a dare ritmo alla narrativa, quindi se ci pensasse la sua presenza o se tutte le vignette fossero appiccicate e soffocanti, allora ci accorgeremo della sua presenza/assenza. È uno strumento malleabile che viene allargato e ristretto in funzione della storia che permette all’utente una lettura scorrevole.

È qualcosa di incredibilmente potente per essere 5 millimetri di assenza di colore (lo so che è bianco e non nero in genere, ma ci siamo capiti). Basti pensare cosa succeda a prendere una sequenza che dovrebbe essere molto veloce, magari di quelle con le vignette allungate e strette tutte vicine con un uomo che corre. Proviamo mentalmente ad aggiungere spazio bianco, improvvisamente il nostro signore che corre trafelato per il treno va al rallentatore. E abbiamo solo aggiunto del bianco, niente di più.

Questa elasticità è caratteristica in realtà di tempi più recenti, in cui il fumetto stesso ha assunto un’elasticità che non gli è sempre stata consentita. In un tempo più classico i margini rimanevano abbastanza standard (senza mai sparire però!). Già da lì su poteva intuire un sentore della potenza dello spazio bianco, ma è con chi ci ha voluto giocare, che ha raggiunto il massimo potere, fin ora. C’è anche chi esce dai margini e ha dei personaggi che si permettono di uscire dal loro universo narrativo e intrudere proprio nel fumetto che leggete.

Piazzare anche solo un dito al di fuori della vignetta porta decisamente a confondere il meccanismo di linearità della lettura portato dallo spazio bianco. Lo scorrimenti normale sarebbe come lo scorrimento di fotogrammi, la nostra mente si adatta a vedere, ma allo stesso tempo non vedere, i margini. Improvvisamente qualcosa esce dalla narrazione, dal nostro schermo mentale. Improvvisamente i personaggi risultano “più reali”, più vicini al lettore, in alcuni casi mettendosi direttamente con loro. Sicuramente Deadpool è un maestro ormai della rottura della quarta parete, ma ormai è una tecnica che viene usata da qualunque autore ami sperimentare nella “regia” della vignetta.