Farfariel. Il libro di Micù

Sta per arrivare un bel temporale qui, speriamo rinfrescherà, per il momento il cielo si sta rabbuiando dandomi i toni di luce adatti per raccontarvi di questo romanzo che mi ha davvero molto colpito e che non posso che consigliarvi come lettura estiva o di qualsiasi altra stagione.

Si intitola Farfariel. Il libro di Micù, è scritto da Albì ed edito da Uovonero.

Si tratta di un libro denso e corposo da ogni punto di vista, a cominciare da un punto di vista esteriore e tattile: il volume è bello, curato nei minimi dettagli grafici, con una bella carta ed il bellisismo espediente della doppia scrittura: quella del narratore in verde e gli interventi di Farfariel in rosso. Un libro che incuriosisce il lettore sin dal primo sguardo: chi è che ha cancellato intere pagine? chi è che ha scritto al margine? E’ come se il lettore non fosse il primo ad avere tra le mani il libro… ed in effetti pare proprio che sia così: nella finzione narrativa e chissà, magari anche nella realtà, dopo la scrittura dello scrittore è arrivata la scrittura di colui che ha voluto persino dare il nome al libro e che, di fatto lo apre con una citazione importante…

Chiamatemi… No, è troppo presto per chiamarmi o forse è troppo tardi e voi siete troppo zulli, come dicono gli abitanti del mio paese, troppo piccoli.

No, non si chiama Ismaele, chissà se il nome è venuto in mente solo a me o era nella punta della penna dello scrittore che con questo nome ha voluto giocare, lui si chiamab Farfariel e sin dalla prima pagina ci prepara: persino il suo nome può essere pericoloro da pronunciare.

Ma chi è Farfariel? E’ un diavolo, un diavoletto piccolo quanto il piccolo protagonista che affianca nella storia, qualcosa a metà tra un diavolo vero e un diavolo bambino, un diavolo che non fa sempre del male perché, come giustamente spiega lui benissimo al bambino al primo incontro: il diavolo fa il contrario dell’esistente e quindi porta bene dove c’è male e male dove c’è bene perché le cose possano avere un loro nome ed una loro sostanza a partire dalla dicotomia che le definisce, bene e male. Farfariel non fa del male a Micù, il bambino protagonista, o almeno non fa solo del male, forse in fin dei conti gli fa più bene che male, lo aiuta a scoprire la sua vera natura, quella profonda, che va oltre la zoppia e la bassezza dovuti alla poliomelite che gli costano il soprannome del nano Bagonghi da parte dei compagni.

Dunque il protagonista, nonostante le manie di protagonismo del diavoletto, è Micù, lo vedete in copertina a fianco a Farfariel. Micù oltre ad avere problemi di salute dei più vari e ad essere intelligente e appassionato dello studio é anche in prda ai brutti sogni che solo molto avanti capiremo essere sogni premonitori. Micù infatti, suo malgrado, viene invischiato in una vecchia storia che racconta di un libro sepolto dall’amato nono Tatà sottoterra al ritorno dall’America. Il libro è niente di meno che il libro della vita, nasconde e spiega tutti i segreti passati e presenti e si prepara ad accogliere la scrittura del futuro. Un’unica piccolissima variazione nella storia scritta nel libro e l’intera esistenza di un’ intera comunità potrebbe cambiare se non scomparire. C’è da stare molto ma molto attenti con il libro così come con la vita.

La scenografia di tutta questa complessa storia è il paesino di Canzano, in abruzzo, nel 1938, in cui ogni compaesano ha un soprannome che ne definisce il ruolo all’interno della piccola società. Non mancano la strega, il venditore di santini e il bestemmiatore professionista.

Raccontare come tutto ciò si costruisca nella narrazione e si tenga, è cosa che richiederebbe molto tempo, la struttura è davvero complessa e molto ben costruita tanto da rendere tutto amalgamato e inestricabile. Nel libro troverete tematizzata la paura, la speranza, la centralità della parola, la storia del fascismo, l’essenza delle piccole comunità rurali e chi più ne ha più ne metta.

Leggetelo e lo scoprirete.

Per quanto mi riguarda il collante e la cosa più sorprendente del libro è la lingua, densa e corposa come la narrazione, dove il dialetto fa spesso capolino portandoci anche linguisticamente nel mondo di Micù e Farfariel. Un mondo che l’autore, abituato a scrivere sceneggiature, conosce assai bene essendo il suo, quello di Canzano, e della sua famiglia, Micù infatti è suo padre e le foto che appaiono nel libro, a partire dalla copertina sono tutte “vere”.

Certo questo crea cortocircuiti ulteriori nell’analisi della storia, qui narrazione e realtà sembrano sovrapporsi così come autore e narratore e lingua e dialetto. Insomma ci troviamo davanti un testo in cui tuttp è fatto a strati, tutto ha più essenze contemporaneamente, come Farfariel e la torta allo storione, dolce tipico canzanese fatto, appunto, a strati.

La soluzione di questa confusione di ruoli, temi, tempi e lingue sta nello spazio e nella saldezza della corruzione del plot che, amalgamato da questa strana commistione linguistica, regge perfettamente alla complessità del reale e dell’irreale.

Davvero un bel libro, grazie!

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