Meno male che il tempo era bello

Meno male che il tempo era bello è un titolo che mi ha colpito subito, prometteva bene e i libro devo dire che è stato all’altezza del titolo, interessante, strano….ve lo racconto.

Meno male che il tempo era bello è il romanzo di Florence Thinard, con le illustrazioni di Veronica Truttero, tradotto da Sara Saorin ed edito da Camelozampa, che mi accompagnato la scorsa settimana nelle letture estive.

La trama è semplice ed assurda allo stesso tempo: il 12 febbraio la biblioteca Jaques Prévert, un enorme cubo di cemento, rompe gli ormeggi (inesistenti, non essendo sul mare) e inizia a navigare con a bordo tutti i bambini e ragazzi che quel pomeriggio vi si trovavano dentro.

La città che l’autrice immagina non sembra essere sul mare, a giudicare da alcune reazioni, molte pagine dopo, dei ragazzi; eppure alle 16.42 quando Said viene cacciato fuori dalla bibliotecaria Sarah esasperata si scoprirà che tutt’attorno all’edificio c’è acqua, e non acqua da acquazzone e nemmeno da nubifragio, bensì acqua da mare aperto!

Si trovano a navigare per oltre 6 giorni insieme nel mare aperto il direttore, la bibliotecaria, la signora delle pulizie, un Yvone professore di tecnologia con la sua prima media al completo e il giovane Saïd, che si trovava lì per caso. Un gruppetto assortito casualmente e che si compatta nel tentativo di sopravvivere. Insieme impareranno a costruirsi utensili, a pescare, a raccogliere acqua dal cielo, a razionare il cibo, a fare squadra e a farsi guidare dalle storie nei momenti più disperati.

Il racconto del romanzo consiste nella cronistoria, da parte di un narratore esterno non onniscente delle dinamiche e avvenuture del gruppo di naufraghi; non mancano momenti di crisi importante come la tempesta verso la fine che salva tutti da una morte per sete molto prossima ma li mette in serio rischio di altro tipo, ma nemmeno momenti ludici in cui si fanno tuffi, si impara a nuotare, ci si innamora e molto altro.

Ma come sempre non è l’abito che fa il monaco e non è la trama che fa il libro bensì la struttura narrativa che qui tiene con un buon dosaggio di picchi e discese che favoriscono l’attenzione e i climax nei momenti più tesi. Il finale che non spiega proprio un bel niente dell’inspiegabile lascia di stucco, non è un finale aperto ma solo un finale che non dà spiegazioni. L’autrice non ha la minima intenzione di svelarci l’accaduto perché il suo interesse non sta nel dare logica a ciò che è accaduto, ma creare le condizioni migliori per un esperienza, direi quasi un esperimento sociale, umano, di sopravvivenza, in cui l’avere dei libri in mezzo, il trovarsi in una biblioteca non solo non è causale ma fa la differenza.

Chissà come le è venuta l’idea di far navigare un’edificio del genere, forse le tante letture di pirati, viaggi, naufraghi… poco importa, quello che resta è una buona narrazione, un bel libro da cui trarre ogni tipo di spunto librario ed esistenziale. La metafora della biblioteca galleggiante crea lo spazio narrativo ideale per la creazione di metafore più esplicite, anzi di esperienze reali che senza mediazione simbolica mettono in scena conflitti ben noti tra coetanei di apparteneze sociali, culturali ed etniche.

Sarà per l’ambientazione estiva che porta anche piano piano verso il sud, verso le Azzorre, non posso che consigliarvi questo romanzo da consigliare a vostra volta ai giovani lettori in questa quasi fine di estate

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