Cane nero

Questo post è scritto da Chiara Costantini che cura la rubrica “Un libro in cartella” ogni due giovedì.

“Cane nero”
Età: da 5 anni
Pagine: 32
Formato: 22.2 x 29.2 cm
Anno: 2013
Editore: Terre di mezzo
Autore: Levi Pinfold

Nell’ultimo post di #unlibroincartella scrivevo che ne avremmo parlato oggi…

Di cosa? a che cosa mi riferivo? Alla nebbia?!? Ancora nebbia?!? Certo che no! A qualcosa di impalpabile. Per certi versi simile alla nebbia. Un qualcosa di poco definito… ma allo stesso tempo esteso proprio come la nebbia. Qualcosa in grado di alterare la percezione della realtà.

Cane nero paura
Il libro di cui oggi vi racconterò la lettura nella mia classe seconda, scuola primaria, si intitola “Cane Nero”.

La prima volta che venni a contatto con questo albo di Levi Pinfold fu quando l’ascoltai letto da Susi Danesin e già da questo potete capire una delle ragione per cui questo libro mi piace davvero molto.
Susi è attrice, lettrice e formatrice. Diciamo che un libro letto ad alta voce da Susi te lo ricordi.
Partecipavo ad un corso di danza-teatro genitori-figli assieme alla mia “grande piccola”, cinque anni fa credo, e prima di entrare nel vivo del laboratorio Susi ci lesse questo libro.
Un picture book di qualità si ha quando testo e immagini si completano sincronicamente, narrano la stessa storia ma arricchendola di particolari. Il testo è chiaro, descrittivo, oggettivo. Le illustrazioni altrettanto, aggiungono dettagli: fatti, espressioni, emozioni. Credo la completa realizzazione di un libro avvenga nel momento in cui incontra il lettore e ciò a volte avviene grazie a chi dà voce alle parole scritte. Il modo in cui lo si fa, rispettando il testo e lasciando il giusto tempo per osservare le illustrazioni, è fondamentale. Questa attitudine, a mio avviso, è dettata non tanto dalla bravura del lettore (che comunque incide) ma da quanto quel testo gli appartiene.
Ricordo piacque un sacco sia a me che a mia figlia ed è stato interessante rileggerlo assieme a lei e all’altro mio a cinque anni di distanza: se lo ricordava ancora!

Cane nero

È un libro che va letto per il puro piacere di leggere. Un libro che narra una storia che riguarda i componenti della famiglia Hope.

“Un giorno un cane nero
fece visita alla famiglia Hope.
Il signore Hope fu il primo a vederlo.
“Mio Dio!” urlò, e lasciò cadere il toast.
In un lampo compose il numero della polizia.
“C’è un cane nero grande come una tigre fuori da casa mia!” disse al poliziotto.
Il poliziotto rise.
“Cosa posso fare?” chiese il signor Hope. “Non esca” rispose il poliziotto, e riagganciò.”

“Poi si svegliò la signora Hope”.

“Mio Dio!” urlo…

E la storia si ripete.
Lo stesso infatti avviene anche con Adelina, la figlia maggiore, e Maurice, il fratello.

Pagina dopo pagina si vede che cane nero cresce. Inizialmente è alto poco più di un normalissimo cane, poi, però, arriva al primo piano, al secondo e infine oltre il tetto.

In quel momento la più giovane della famiglia Hope,
che si chiamava Small (perché era piccoletta),
si accorse che stava succedendo qualcosa.
“Cosa ci fate lì sotto?”
“Ci nascondiamo dal Cane Nero!”
Sussurrarono.

“Che sciocchi che siete”
disse Small, e aprì la porta di casa.
“Non uscire!” disse tutta la famiglia a bocca aperta.
“Il cane ti mangerà in un boccone!”
“Ti sgranocchierà la testa”
“Ti rosicchierà le ossa!”
Ma Small uscì comunque.

Small comincia a farsi inseguire da Cane Nero
E mentre corre canta canzoncine inventate per deridere Cane Nero.
Accade una cosa molto strana, a mano a mano che il cane rincorre Small…
(No, niente spoiler… non voglio rovinarvi il finale).

Commenti a caldo dei bambini…

  • “Che bello, ce lo rileggi?”
  • “Ehi ma Small vuol dire piccolo, ecco perché si chiama così… è microscopica”
  • “Posso vedere i disegni? Quelli piccoli per vederli devi mostrarceli da vicino, sennò non si capisce cosa sta succedendo”
  • “Perché sulla pagina di qua ci sono i disegni in piccolo e su quella di là sono in grande”
I bambini riescono a stupirmi sempre…

…la loro capacità di cogliere particolari e di chiedersi il perché. La cosa curiosa è che un perché c’è ed è proprio quel particolare che contribuisce a far funzionare il libro in maniera impeccabile, a dare un ritmo, un suono, un senso al divenire della storia in un flusso narratore più o meno incalzante.

“Cane nero chi è?”

“Maestra ma che domande fai… cane nero è cane nero… se ne parla in tutte le pagine del libro!”
“Sicuri?”
“Ah, ho capito… è cane nero ma il papà dice che è grande come una tigre, la mamma come un elefante, Adelina un Tyrannosaurus Rex, Maurice l’Incredibile Hulk e Small non dice niente”
“Cambia il modo in cui loro lo vedono, cioè il papà che è il più grande lo vede un po’ più piccolo, la mamma che è media un po’ più grande e via dicendo… giusto?”
[Io rimango sempre ammutolita da questi acuti interventi] e continua “Mi ricordo quando da piccolo vedevo lo scivolo del parco gigante e l’anno dopo sembrava essersi rimpicciolito, ma in realtà era lo stesso, solo che io ero cresciuto” [Amo quando mi “spiegano” le cose].

“Ma quindi Cane Nero è «solo» un… cane nero?”

“Sì…”
“Forse…”
“Tutti hanno
paura di lui, tranne Small… e si nascondono… tranne Small”

Ed ecco il salto di qualità e il dialogo come per magia cambia piano…

“Maestra lo sai io di che cosa ho paura? Delle trombe d’aria o delle trombe marine perché potrebbero far volar via gli oggetti tipo i caminetti o ferire la mamma o il papà”
“Io non ho paura, non ho paura di niente”
“Invece io ho paura di morire”
“Io ho paura dei gatti”
“Dei gatti?!?”
chiede una compagna scettica, poi ride e qualcun’altro la segue e continua “Come si fa ad aver paura dei gatti, ma dai…”
Chiedo: “E tu di che cosa hai paura?”. Risposta: “Dei cani!”. Lo scroscio di risate è immediato, poi silenzio.

La paura è così…

… una cosa che tu temi, magari a un altro fa ridere e una cosa di cui non ti preoccupi magari per qualcun altro è una vera e propria fobia.
È interessante come per la paura non ci sia una reazione oggettiva, ma la risposta da parte nostra varia dalla percezione che abbiamo della stessa e dal valore più o meno razionale che ne attribuiamo. L’amigdala una piccola ghiandola collocata la base del cervelletto che, come ci diceva la professoressa Lucangeli a lezione, serve a farti reagire di fronte a un pericolo percepito o reale e ti dice “scappa”. La paura come emozione primaria di difesa provocata appunto da una situazione di pericolo reale o immaginato.

Continuiamo il nostro scambio…

…in classe funziona così, quando qualcuno comincia ad esprimere il proprio pensiero poi tutti ci tengono a condividere ed è importante ascoltare tutti e dare a tutti la possibilità di esprimersi.

  • “Quando mi tuffo in piscina e al momento di risalire dall’acqua per riprender fiato ho paura che qualcuno mi tenga la testa sotto e non mi faccia respirare”
  • “Dei ragni”
  • “Delle mie stesse paure, cioè dei pensieri che faccio quando ad esempio scendo le scale e mi immagino qualcosa alla fine o quando per strada svolto un angolo e non so chi posso incontrare dietro”
  • “Di IT, di Voldemort e anche del cane a tre teste di Harry Potter”
  • “Della lucina rossa della TV quando le luci sono spente”
  • “Dei ladri”
  • “Quando papà va veloce con la barca, salta sulle onde e la barca cade male”
  • “Andare in soffitta”
  • “Quando mio fratello mi urla nell’orecchio e mi fa svegliare di soprassalto”
  • “Dei rumori della notte”
  • “Di essere rapito”
  • “Quando la mamma e il papà spengono tutte le luci e ho paura che ci siano i mostri assassini”

Paure classiche, altre un po’ meno. Interessante il dialogo e ancor più interessante il fatto stesso di poterne parlare insieme, facendo un piccolo esercizio introspettivo, tutt’altro che semplice.
Una domanda che mi sorge spontanea “Cosa guardano alla TV questi bambini e cosa gli viene permesso di vedere all’età che hanno?”, purtroppo ho dovuto constatare che più di qualcuno ha visto film assolutamente non indicati per la loro età.

A seguire ovviamente hanno chiesto di cercare la parola paura sul dizionario. 😀

Mi chiedo quale percezione hanno i bambini d’oggi di sé? Sembra ci sia una discrepanza notevole, una sorta di gap, un conclamato contrasto tra quanto il bambino afferma e percepisce nella concezione di sé e il riscontro effettivo con la realtà. Sicuramente influisce la fase specifica di sviluppo e maturazione fisica e cognitiva, ma aldilà dello stadio specifico in cui Piaget stesso collocherebbe un bambino di questa età, io credo ci sia una risposta dettata dall’influenza subita dal contesto attuale in cui ci troviamo a vivere, bombardati da input senza il tempo necessario per rielaborarli, spesso manca la capacità/possibilità per una riflessione meta-cognitiva.

Dalla paura ci si nasconde, dalla paura si scappa, affrontando la paura questa si ridimensiona.

Ci vuole coraggio!

Poco prima del suono della campanella mi si avvicina una bambina e mi dice “lo sai maestra, non è vero che non ho paura di niente… una paura ce l’ho… ho paura di sbagliare

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