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La bambina di ghiaccio e altre fiabe

C’era una volta, tanto tempo fa, quando ancora ci si trovava la sera a narrare storie, l’abitudine di costruire fiabe, di intrattenersi con racconti di nani, fate, draghi, bambine di ghiaccio, pagliacci, re e regine.

La fiaba è per eccellenza il genere legato all’oralità e alla lontananza temporale, sia perché affonda le sue radici nei secoli di storia orale, sia perché il suo tempo narrativo per eccellenza è il passato, l’imperfetto, il c’era una volta che presuppone che non ci sia più….

Ecco, questo è uno dei tanti motivi che fa de La bambina di ghiaccio e altre fiabe di Mila Pavićević illustrato da Daniela Iride Murgia e edito da Camelozampa, con la traduzione di Elisa Copetti, un libro decisamente fuori da comune.

13 sono le fiabe che Mila Pavićević scrive e che la Murgia magicamente (nel senso proprio del magico da cui la parola ha origine) illustra, 13 brevi racconti tutti che iniziano con la formula magica del “c’era una volta” e che sempre ci lasciano in bilico tra passato e presente. La maestria con cui l’autrice maneggia il repertorio fiabesco, non nel senso dei temi e dei personaggi ma innanzitutto nel senso delle dinamiche narrative, è sorprendente. La sovversione di questi modelli lo è però altrettanto, poichè risulta così ben camuffato dalla apparente “tradizionale” composizione da produrre un forte senso di straniamento.

Sì, ecco, le fiabe della Pavićević più che surreali, come anche giustamente sono state più volte definite, sono stranianti, spiazzanti e impressionantemente moderne nelle metafore narrative quanto nella sapienza della costruzione.

Quello che ci troviamo davanti è sì un mondo fiabesco di nani, regine e papere magiche ecc. ma è un mondo decaduto sui cui davvero ci si trova ad interrogarsi, molto più vicino al nostro, di mondo, che non a quello davvero fiabesco… per fortuna il “c’era una volta” iniziale, quasi sempre rafforzato da un “lontano lontano”, sembrano voler mettere a riparo il lettore da quel portato di angoscia che pure le fiabe sottendono, in questo senso esattamente come sanno fare solo le grandi fiabe classiche.

In tutto questo l’interpunzione, direi, delle illustrazioni di Daniela Iride Murgia, amplifica tanto l’effetto di straniamento che quello di sospensione che il testo produce, e al tempo stesso, come esso, richiama un passato assai presente nella memoria collettiva fiabesca. Anche lei, come la scrittrice sembra giocare con il filo del tempo, oltre che con quello del genere letterario, costruendo immagini che odorano di passato ma la cui modernità e spiazza ancora una volta.

Insomma, siamo al passato o al presente? Quelli che abbiamo davanti sono davvero nani e fate decaduti o sono simulacri di esseri umani che hanno smarrito la loro identità e ragion d’essere?

Non entrerò nel dettaglio di alcuna fiaba, vi basti sapere che quella che dà il titolo alla raccolta è l’ultimo dei racconti, che la lettura necessita di essere sedimentata e accolta e che per questi testi l’autrice ha vinto il premio dell’unione europea per la letteratura.

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