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Versi del senso perso

Questo lunedì si apre con una richiesta e ricerca di senso, un senso che è contenuto, come comunemente siamo portati a pensare, ma che può anche essere senso di suono, senso di lingua come conviene alla ricerca poetica legata al nonsense.

Ed ecco quindi che questo post è dedicato a Versi del senso perso raccolta delle raccolte poetiche di Toti Scialoja edito da Einaudi con la prefazione di Paolo Mauri.

Topo, topo,

senza scopo,

dopo te cosa vien dopo?

Questo il primo componimento che i lettori, e i lettori bambini, si trovano davanti nel 1971 con la prima raccolta di questi versi di suono Amato topino caro. Possiamo solo immaginare l’effetto che poteva fare leggere versi “senza senso” in un contesto come quello della letteratura italiana degli anni 60-70 dalla penna di un già affermato pittore e anche scrittore “per adulti”. Come giustamente nota Mauri nella prefazione, che se avete modo vi invito a leggere, c’è una tradizione in cui la poesia, e anche la pittura, di Scialoja si inserisce eppure in Italia resta un qualcosa di piuttosto isolato nel suo staccarsi programmaticamente dalla ricerca del contenuto sensato per dare spazio al senso del suono della lingua.

La struttura di queste poesie nasce da un metodo puramente linguistico automatico, al modo dello scioglilingua, della filastrocca, del nonsense. […] l’ostacolo che rappresenta il vocabolo inatteso, nell’assonanza con gli altri, contribuisce a creare “quei passaggi di parole” che liberano il bambino dalla soggezione al linguaggio e dentro i quali essi entrano ed escono con felicità e naturalezza.

La raffinatezza delle composizioni di Scialoja è tale, talmente limata, da risuonare naturale all’orecchio dei bambini. Va alle radici fonetiche della lingua tirandone fuori ciò che solo un orecchio acerbo può ancora percepire da adulto, segue una rielaborazione metrica (l’esametro e il limerik regnano sovrani) e ritmica di grande raffinatezza e cultura e ne nascono dei minimi componimenti a portata di orecchio.

Se poi aggiungiamo che la maggior parte delle poesie di Scialoja ha per protagonista un animale comprendiamo ancora di più quanto questo linguaggio possa entrare in sintonia con l’infanzia, largamente intesa.

Spesso Scialoja illustrava le sue stesse poesie dando decisamente un di più al testo che la raccolta dei Versi del senso perso ha perso ed è un peccato.

Quodilibet però ha pubblicato due raccolte di poesie in cui le illustrazioni di mano dell’autore accompagnano i testi e ve li raccomando molto ma molto caldamente: La zanzara senza zeta e Tre per un topo.

Attenzione! La lettura di Scialoja potrebbe risultare spiazzante all’orecchio adulto “rovinato” dalla ricerca di senso, almeno quanto risulta invece divertente all’orecchio bambino.

Spero che questo non vincoli e non preluda l’incontro dei piccoli lettori con questo poeta fuori classe. I libri per bambini, si sa, li comprano gli adulti e questo crea parecchi fraintendimenti che poi a catena producono un effetto sul mercato editoriale decisamente poco positivo, il che forse spiega perché le edizioni delle poesie di Scialoja destinate ai bambini sono poche e “di nicchia” come si suol dire, come se dovessero arrivare solo ad alcuni bambini.

Il punto è capire invece che questa ricerca di senso nel suono non è assenza di senso bensì ricerca di un senso diverso, di-verso, se volete. A parte il divertimento pure, il gioco linguistico può dare origine e spazio ad una quantità di giochi in classe che sono invece molto ma molto pieni di senso per avvicinarsi alla lingua da una strada secondaria ma non meno importante, decisamente poco frequentata ma ricchissima di spunti: quella fonetica, che per altro può risultare adatta anche a chi, con le vie maestre dell’insegnamento della lingua può avere qualche difficoltà.

Se siamo saldi nel suono possiamo allora anche giocare con la metrica, con il suono.

E se proprio abbattiamo gli scomparti invisibili che dividono le discipline, perché non introdurre lo studio zoologico con le poesie di scialoja? O quelle storiche con il topino etrusco? o la geografia?

La poesia, la letteratura hanno questo di eccezionale: si rifiutano di stare fermi in un punto, di fare solo una cosa, di significare una cosa sola. La poesia e la letteratura sono creature in grado di produrre una sovrabbondanza di senso anche, se non soprattutto, la dove il senso sembra perso!

Se una lucciola va in treno
c’è una lucciola di meno.

Vi segnalo, se volete approfondire, l’articolo di Marco Belpoliti su Doppiozero

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