Ci piace leggere!

Quante volte si sente dire da ogni parte, e quando non lo si sente dire lo si può dare per “pensato”, che i ragazzi (e le ragazze) non leggono, che ai ragazze e alle ragazze non piace leggere, che sono completamente schiacciati sui social media e sul web?

Beh, che questa seconda cosa sia o meno vera non mi riguarda (anche se farei parecchi distinguo e valuterei bene anche i lati positivi della dimestichezza col web e gli strumenti ad esso legati), ma di sicuro la prima affermazione mi pare se non falsa quanto meno pregiudizialmente formulata su uno stereotipo che vuole gli adolescenti lontani e disinteressati alla lettura che francamente non credo sia troppo vero.

E credo che là dove vero è più che altro vero diventa dal momento che con ogni probabilità quei ragazzi e quelle ragazze non hanno incontrato sulla loro strada un o una docente appassionata di lettura e in grado di appassionarli.

Provare per credere e se volete una prova scritta vi invito molto caldamente a leggere e far circolare, tra gli adulti educatori, il libro scritto dai ragazzi volontari del festival Mare di libri di Rimini intitolato Ci piace leggere! e edito da Add editore.

Dopo una interessante introduzione di Alice Bigli, l’ideatrice e la mente adulta dietro l’idea geniale del festival fatto per i ragazzi e dai ragazzi, seguiranno diversi capitoli in cui i ragazzi, in forma corale, con un noi interessante, scioglieranno alcuni nodi rispetto ciò che piace loro e non piace leggere.

Sapete qual è, secondo noi, l’unico vero problema della narrativa per ragazzi? Che troppo spesso gli adulti non la leggono. E non leggendola, non conoscendola, non possono parlarne con noi.

Vedrete che vi troverete, come è accaduto a me che non aspettavo altro di trovare scritto nero su bianco quanto questi ragazzi si assumono la responsabilità in prima persona di dire, a sottolineare e segnare passaggi su passaggi di queste considerazioni.

Perché continuiamo ad evitare, generalizzo e mi scuso con coloro (pochi a dire la verità) che invece lavorano sodo a riguardo, di educare alla lettura e ci limitiamo a riscaldare la vecchia e spesso mal proposta minestra della storia della letteratura?

E’ questa la differenza tra educazione alla lettura e storia della letteratura: possiamo anche metterci a studiare un testo, se è questo che l’insegnante vuole, ma amarlo, bè, quella è un’altra faccenda.

Capiamoci bene: io ho una formazione da storica della letteratura quindi lungi dal me il pensare che non sia cosa buona e giusta e utile studiarla ma il punto è: ci rendiamo conto che se non educhiamo contemporaneamente il gusto, il pensiero critico e l’amore per la lettura sarà tutto lettera morta?

Puro esercizio formale e di dottrina che se arriverà arriverà ad una minimissima percentuale di ragazzi e ragazze che già di per sè nutrono il sacro fuoco della lettura, ammesso che l’insegnante non si armi (cosa che accade sin troppo spesso) dei estintori potenti per spegnere anche l’incendio più radicato?

Educare alla lettura significa educare il gusto – il proprio gusto. Conoscerlo. Farlo crescere.

Eppure chi lavora quotidianamente con la lettura, in classe, fuori classe, leggendo ad alta voce, lasciando leggere in maniera solitaria, promuovendo scambi e confronti tra i ragazzi ecc… (buttate l’occhio, ad esempio al programma delle Italian Writing and Reading teachers) la differenza la vedono, la certificano, la possono mettere nero su bianco.

Eppure, d’altro canto, se c’è una fascia scolastica che è più che difficile coinvolgere nella formazione e aggiornamento sulla letteratura per adolescenti quella è la fascia delle secondarie: lì dove magicamente si crea l’intreccio diabolico tra una crescita e crisi strutturale di ragazzi e ragazze e lì dove ai docenti non è richiesta una competenza pedagogica specifica.

Quanti docenti di secondaria conoscete, e non penso affatto sia compito solo dei docenti di Lettere, che conoscono e si confrontano con i ragazzi sui libri per la loro età?

Io fortunatamente ne conosco diversi e tutti mi raccontano di una sostanziale solitudine rispetto al resto del corpo docente, ma è una solitudine che si sente poco e che trova compensazione nei ragazzi che, se messi nelle condizioni, sanno più che ricompensare qualsiasi sforzo e soverchiare qualunque stereotipo li riguardi!

Siamo affamati. Stupiteci!

Già, adulti, facciamo gli adulti e cerchiamo di essere all’altezza di tanta aspettativa e forse i ragazzi saranno anche indulgenti là dove non riusciremo ad arrivare, ma almeno ci avremo provato!

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