Il giardino segreto

Lo ammetto, con un po’ di vergogna, ma con grande onestà: non avevo mai letto prima d’ora Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett edito oltre un secolo fa, nel 1911 e da allora divenuto un classico indiscusso della letteratura per ragazzi.

Non so dirvi esattamente perché non abbia mai incrociato prima questo libro nella mia vita di lettrice, forse mi è accaduto (mi è accaduto moltissime volte) di driblare tutto ciò che studente mi veniva suggerito come “necessario” e “classico” per il solo motivo di esserlo…. e su questo ci sarebbe assai da ragionare ma lo faremo in un altra sede.

Sono però felice di aver incontrato questo testo che è bel-lis-si-mo.

Un romanzo che cattura dall’incipit folgorante alla chiusa perfetta:

Quando Mary Lennox arrivò al castello di Wisselthwaite per vivere con lo zio, tutti dissero che si trattava della bambina meno attraente che avessero mai visto. Ed era vero.

Così inizia Il giardino segreto e il narratore, che ci racconta in terza persona onnisciente i fatti avvenuti, non risparmierà mai, per tutta la narrazione nessuna affermazione negativa rispetto a Mary, la protagonista del romanzo. Da subito mi ha colpito questo aspetto: non che un autore debba essere innamorato o debba necessariamente portare in palmo di mano il proprio personaggio principale, s’intende, ma maltrattarlo in questo modo, lavorare così tanto per rendercelo antipatico e inviso è davvero insolito…. e deve avere uno scopo.

Lo scopo è quello di creare le basi, lo farà anche con il personaggio di Colin, il cugino di Mary, per una completa e totale metamorfosi. Perdonatemi la metafora ma se la volontà del narratore è che questi due personaggi diventino alla fine le più belle farfalle mai viste sarà il caso di farle essere in origine ripugnanti bruchi!

E la metafora non mi pare nemmeno troppo fuori di luogo se penso che l’intero romanzo, in questo caso, è una immensa metafora, articolata, intrecciata, costruita nei minimi dettagli, della crescita, della creatività… in sostena dello scoprire e costruire la propria identità.

I protagonisti Mary e Colin si trovano in quella fascia d’età, tra i 10 e 13 anni, in cui si lascia piano piano l’epoca dell’infanzia e si inizia a costruire su di essa un proprio desiderio di stare al mondo. Se teniamo conto che Mary e Colin non hanno avuto, di fatto, un’infanzia degna di questo nome, con le sue sperimentazioni e le sue scoperte, allora ancora di più comprenderemo questa volontà dell’autore di portare all’eccesso, di estremizzare i due termini della metafora: il bruco e la farfalla.

Altri due protagonisti però segnano e condizionano, se non addirittura conducono la narrazione, quasi fossero delle vere e proprie guide, se fossimo in una fiaba direi che assolvono a quella magica funzione che è “l’aiutante”: il primo è Dickon e il secondo è…il giardino.

Sì, il giardino con i suoi elementi vegetali ed animali diventa protagonista vero e proprio della narrazione ma è indubbio che può assolvere a questa straordinaria funzione attribuitagli in maniera molto moderna dall’autore solo grazie alla mediazione di Dickon: il bambino selvaggio, una specie di incarnazione del mito del buon selvaggio in salsa inglese di brughiera. Dickon è uno dei 12 fratelli di Marta, una serva di Mary, a lui sembra che l’intera natura parli. Dickon sembra possedere un potere speciale, una magia la chiamerà Colin: sa parlare e comprendere il linguaggio degli animali e anche dei vegetali. Gira sempre con qualche animale che ha allevato e che del tutto spontaneamente lo segue, sa quando e cosa piantare, sente persino gli odori che avvisano i mutamenti dl terreno ed intrattiene complesse conversazioni con il pettirosso che involontariamente svela a Mary l’entrata nascosta del giardino segreto.

Sullo sfondo della parabola di crescita un mondo in cui l’infanzia è negata o ignorata, un mondo di adulti incapaci di avere a che fare con i bambini, che si tratti dei genitori di Mary (sterminati da un’epidemia in India che darà l’occasione del trasferimento della bambina dall’India alla brughiera) o del padre di Colin, il proprietario del castello che dopo la morte della moglie e per il dolore di avere un figlio malato si eclissa dalla vita abdicando al proprio dovere genitoriale. Nemmeno i servitori della casa riescono ad instaurare una relazione sana con le figure infantili.

Una sola persona fa eccezione: la madre di Marta e di Dickon, donna di umilissime origini ed ancora più umili condizioni economiche che nel suo dover sfamare 12 figli mai si dimentica di regalare loro l’amore, il sorriso la fiducia e l’indipendenza. Davvero una figura materna eccezionale a cui l’autore dedica camei defilati e trasversali rispetto all’intreccio principale ma che poi sarà artefice ed unica testimone accolta nel mondo dell’infanzia, della rivoluzione in corso nel giardino segreto.

Non entro nella trama, ha poca importanza ed il libro è talmente noto che sicuramente lo conoscerete o potrete trovarne una sinossi molto facilmente in qualsiasi antologia o on line. Vorrei però invece entrare un attimo nella questione di come viene “trattato” questo libro in contesto editoriale: considerato un classico più volte si è ritenuto di doverlo riscrivere, già la parola mi fa accapponare la pelle, in versioni ridotte e ridimensionate per numero di pagine e per scrittura.

Ma mi domando: che bisogno c’è di ridurre “a misura di bambino” recita una di queste indegne imprese, un libro che è pensato PER i bambini? Certo non si leggerà Il giardino segreto a 5 anni, ma dai 10 sì, magari a voce alta anche prima: che fretta c’è quindi di fare a pezzi pur di far incontrare un lettore e un libro? E soprattutto come si fa a pensare che questo incontro avvenga se di chi ha scritto quel libro non si sente nemmeno una sola parola?

Inoltre il fatto che la protagonista sia una bambina, femmina, fa del tutto passare in secondo se non anche in terzo e quarto piano che ci siano anche 2 figure maschili, di cui una straordinaria e tutta la componente naturale, per relegare questo romanzo al rango di un romanzo per bambine e ragazze, come se poi esistesse davvero una letteratura d genere…. Certo, non esiste, ma se voi vedeste la copertina qui sopra o, peggio ancora, quella di qui di seguito cosa dovreste pensare??

E questo dove lo mettiamo che mette insieme il peggio dello stereotipo femminile ed il peggio della riduzione letteraria??

Fortunatamente, se non altro per convenienza editoriale di allargare il pubblico di possibili lettori non tutte le copertine prendono i ragazzi, anzi le ragazze per lo più, per deficienti ma propongono altri tipi di soglia per incontrare la lettura (aimè le femmine persistono ma la grafica almeno migliora, penso alle edizioni Einaudi e Feltrinelli. Un’operazione interessante l’ha fatta invece Ippocampo che sta tentando una pubblicazione di classici in formato quasi “interattivo” tante sono le letter da scartare, le finestre da aprire i pop-up e tutti gli espedienti cartotecnici che accompagnano la narrazione originale. Edizioni esteticamente belle, nulla da dire, mi domando solo se sia necessario tentare un approccio del genere: mi sembra quasi che se non li rendiamo interessanti in qualche modo questi testi, i famigerati “classici”, non vincano la propria sfida col lettore.

Ma vorrei essere chiara su quel che penso su questo punto: un libro come Il giardino segreto la sua sfida col lettore la vince a occhi chiusi, non ha bisogno di alcun effetto speciale che non sia la sua stessa scrittura! Certo poi il gusto personale è tutt’altra cosa, ad un lettore questo libro può non piacere e va bene così, ci mancherebbe altro!

Rispetto all’edizione l’unico consiglio che mi viene da dare è che deve essere integrale e possibilmente il più lontano possibile dalla stereotipizzazione della copertina e poi che ognuno scelga la propria in base al proprio gusto, alla traduzione se si possiedono informazioni rispetto a questa, o anche ad altri parametri.

E poi lasciatevi andare al racconto, seguite il pettirosso, andate nella brughiera e lasciate che la corteccia cerebrale si illumini a giorno con una lettura immersiva e profonda!

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