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Mi chiamo Nako

Mi chiamo Nako, sono un bambino che qualcuno definirebbe zingaro, che invece il mio popolo direbbe Rom. Vado in una scuola italiana dove gli altri bambini spesso mi prendono in giro un po’ per il mio nome, che ricorda una marca famosa di patatine, un po’ per la mia casa e il mio villaggio che agli sembrano accampamenti.

La mia storia l’hanno raccontata con le mie parole, anzi forse meglio di quelle che avrei potuto usare io, e con delle belle illustrazioni Guia Risari e Paolo d’Altan con un nell’albo edito dalle edizioni Paoline.

La storia di Nako è la storia di uno dei tanti bambini che frequentano per periodi più o meno lunghi le scuole italiane, spesso si spostano, spesso lo fanno contro la loro volontà, spesso non vengono accolti dalla comunità scolastica come dovrebbero…

Quanti Nako ci sono in Italia? Quanti di loro pur essendo nati qui sono considerati stranieri e di fatto tali sono per la nostra inadeguata e arretrata legge che non ritiene italiani i bambini nati sul suolo italiano?

Guia Risari ha deciso di narrare questa storia un prima persona con una focalizzazione interna in prima persona che cerca di accorciare le distanze tra lettore e protagonista, con buona probabilità coetanei. In questo suo tentativo viene ben accompagnata da Paolo d’Altan che invece si sposta all’esterno e ci fa vedere Nako e la sua famiglia dall’esterno con un occhio tuttavia che non è né quello interno né quello esterno solitamente marchiato da stereotipo.

Valore sicuramente aggiunto a questo albo interessante sono le ultime due doppie tavole in cui vengono riportati il canto tradizionale “Gelem, Gelem” e alcuni proverbi della cultura rom.

Già perché per quella rom di cultura si deve parlare e sarebbe fondamentale farlo a scuola. Come?

Cosa meglio delle narrazioni può risultare più efficace e meno “puzzolente di adulto”? Vicino a Nako potremmo mettere, per una fascia d’età un po’ più alta sicuramente la bellissima serie di Katitzi edita da Iperborea e, salendo ancora un pochino un po’ con l’età il bellissimo Pavee e la ragazza edito da Uovonero che spero di raccontarvi presto.

Mi chiamo Nako può quindi anche essere interpretato, perché no, come un albo di divulgazione?

Direi di sì, dando un buon esempio di come può accadere che la letteratura si presti e presti le proprie potenzialità all’espressione della realtà che vi circonda.

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