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“Pax” di Sara Pennypacker

Vi siete mai domandati qual è il senso del detto “le mele non cadono mai lontano dall’albero”?

Si tratta di uno di quei modi di dire che può essere interpretato in senso sia negativo che positivo e Pax di Sara Pennypacke edito da Rizzoli è proprio qui a ricordarcelo!

Il dodicenne Peter è una mela caduta lontano dall’albero, per fortuna. Se l’albero del padre di Peter è quello della sopraffazione del forte sul debole, del silenzio preferito alle parole, della durezza preferita alla tenerezza, della guerra messa davanti alla pace; Peter faticosamente ma inesorabilmente sceglie di andare da un’altra parte, letteralmente.

Pax è un romanzo di formazione nel senso più profondo del termine: Peter percorre un percorso che è un percorso fisico, più che accidentato, a ritroso nello spazio e nel tempo della propria vita e tutto grazie a… Pax la “sua” volpe.

Peter aveva trovato questo cucciolo di volpe poco lontano dal cadavere della madre uccisa da una macchina, a fianco ai fratelli già morti nella tana ed aveva ottenuto dal padre di poter accudire per un po’ di tempo il cucciolo. La madre di Peter era morta da poco e il padre, decisamente poco incline all’affettività, con tutta probabilità permette al figlio di salvare e crescere la piccola volpe per tappare un vuoto emotivo… Non esattamente un’idea originale ma c’è da dire che per un po’ il “tappo” Pax sembra tenere.

Tiene come una pax romana, decisa da chi comanda ma che crolla quando non fondata su basi solide. Quando scoppia la guerra, il padre di Peter si arruola volontario, accompagna il figlio dal nonno più a sud rispetto alla linea del fronte, nel tragitto lo costringe ad abbandonare la sua volpe ed ecco che la pax si rompe.

Peter lì per lì obbedisce, non riesce a disubbidire, né ad opporsi apertamente al padre, e probabilmente nemmeno a comprendere a pieno la gravità del proprio atto. Arriva dal nonno e pochissimo dopo arriva la certezza: il dovere di andare a riprendersi la sua volpe che adomesticata non potrà sopravvivere da sola nel bosco. Prende e parte pronto a fare a piedi oltre 300 km per fare il proprio dovere che è esattamente all’opposto di ciò che il padre ritiene essere il dover fare il proprio dovere.

Non mi dilungo qui, lo sapete che non è mia abitudine farlo, sulla trama però un paio di altre cosette voglio dirvele prima di lasciarvi: il viaggio di Peter sarà più che accidentato; interverrà una figura adulta fuori dagli schemi a guidare questo ragazzino che non può fare affidamento sui propri adulti; ma soprattutto Pax si preoccupa del proprio ragazzo umano almeno tanto quanto Peter di Pax ma al tempo stesso ritrova il proprio istinto, torna volpe, scopre la vita del bosco e che degli umani, tolto Peter e forse pochi altri, non c’è di che fidarsi!

Basta, mi fermo qui, non svelo il finale, ve lo lascio godere, mi soffermo però su alcuni dati tecnici del romanzo che valgono la pena di essere notati. Come non mi stancherò mai di dire è la forma non il contenuto a dare potere e qualità alla narrazione dunque ritengo sia essenziale notare che questo romanzo ha una focalizzazione interna variabile ovvero i narratori sono due,alla pari, si spartiscono alternativamente i capitoli: Peter e Pax ci raccontano la stessa storia, in prima persona, da due punti di vista che direi più complementari che diversi.

Animale e umano si compensano, anzi: l’ottica animale arriva, nel dialogo col lettore, a correggere e compensare quella umana, paradossalmente proprio là dove quest’ultima ha perso la propria profonda umanità.

Noto a margine, anche se marginale l’annotazione non è, che tutto ciò che riguarda Pax, le volpi, la vita del bosco e dei suoi abitanti, è scientificamente fondato. L’autrice stessa ci tiene a chiusura del romanzo di aggiungere una nota per sottolineare lo studio e la correttezza di tutti i riferimenti agli animali. È così che Pax diventa anche un possibile romanzo di divulgazione!

In tutto questo non posso non ricordare che la copertina e le poche ma significative illustrazioni interne sono firmate dal geniale John Klassen che aiuta non poco il lettore a ritrovarsi nella variazione dei punti di vista aprendo ciascun capitolo con, alternativamente il profilo della testa di Peter e quello di Pax. La copertina che vede Pax di spalle da solo lascia presagire tante linee interpretative e al tempo stesso ne suggerisce di continuamente nuove: Pax in qualche modo sta a guardare, proprio come il lettore: sarà capace la mela Peter di cadere lontano dall’albero del padre?

Le metafore implicite ed esplicite che l’autrice mette in gioco sono molteplici, più o meno complesse, vi invito a cercarle e reinventare insieme ai ragazzi in classe, nei gruppi di lettura o dove vorrete, non perdetevi la possibilità di leggere la storia di Peter e Pax!

P. S. Peter ci tiene a dirci – e io ho apprezzato molto questa attenzione autoriale che allontana dal patetismo e dalla facile metafora – che Pax, il nome della volpe non è affatto ispirato alla pace ma è semplicemente l’abbreviazione della marca dello zaino di Peter!

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