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La fiaba di Harold

L’arrivo finalmente in Italia di Harold con la sua matita viola qualche mese fa grazie a Camelozampa aveva reso molti amanti dei libri per bambini e della letteratura per l’infanzia felici.

Ora l’uscita in questi giorni del secondo libro di Crockett Johnson, La fiaba di Harold, sempre per i tipi di Camelozampa con la traduzione di Sara Saorin, rinnova non solo la gioia ma rinsalda una certezza, anzi due: che un classico è un classico, e che quando si è a questi livelli si qualità non ci si ripete mai.

E già, il timore che un secondo Harold ricordasse molto il primo io ce l’avevo, quando si crea un personaggio e questo diventa seriale ci sono due possibilità, secondo me: 1) il personaggio in qualche modo si fissa nelle sue caratteristiche e come tale accompagna il bambino lettore che si fida e lo segue là dove lo conduce con la narrazione; 2) il personaggio evolve e con sé porta il lettore.

Con Harold di potrebbe forse dire che accadono entrambe le cose e accadono in maniera tale da amplificarsi a vicenda e da rendere questo libro un esempio, ancora migliore del precedente, di metanarratività…

Mi spiego o almeno ci provo

Ritroviamo Harold la sera, insieme alla luna che lo accompagna, con la sua matita viola pronto a fare una passeggiata prima di andare a nanna. In mano ha la sua matita viola e da qui prende le mosse la storia rassicurandoci rispetto a come lo abbiamo conosciuto nel primo libro. Qui, come lì, Harold crea man mano il luogo che visita e qui come lì il cerchio si chiude tornando a casa. Ma una serie di elementi intervengono a modificare l’andamento e soprattutto la costruzione narrativa.

Harold qui ha una consapevolezza del tutto nuova. L’esperienza fatta la prima volta gli è servita: non la ripete tal quale ma dimostra di saper gestire, o almeno di avere consapevolezza del “potere” della matita viola e della sua creatività. Siamo in un giardino incantato, il giardino però sembra molto triste e dunque varrà a pena di chiedere al re del giardino il perchè di tanta tristezza. Per entrare nel castello Harold passa da un buchino dal quale solo una persona più piccola di un topolino potrebbe entrare ma, attenzione, Harold non si disegna più piccolo di un topino, no, disegna un topo molto più grande di lui e relativizza le sue dimensioni!

Harold applica un processo creativo esattamente opposto a quello che avremmo immaginato!

Poco dopo però ha necessità di recuperare le sue proprie dimensioni pari a 4 scalini e mezzo ed allora ecco che disegna gli scalini esattamente alla sua altezza. La grandezza di misura non è la realtà ma è Harold! Chissà cosa avrebbe potuto fare Alice nel Paese delle meraviglie se avesse potuto controllare con tale competenza la propria dimensione!

Allo stesso tempo però Harold è dominato dal suo stesso potere e mentre crea scopre e viene spesso preso in contro piede dalle sue stesse creazioni che un momento gli fanno sperimentare di essere un re e un momento dopo lo fanno capitare sul cappello di una strega gigante scambiata per una guglia da cui scendere a terra dall’altezza del muro in cui si trovava.

Siamo in un mondo creato da Harold in cui lui non ha il totale controllo ma sta diventando sempre più consapevole, delle proprie possibilità così come dei propri errori, tanto che riesce a risolvere questi ultimi in maniera competente, da vero professionista!

Quando per errore fa un buco nel muro lo usa per uscire; quando perde il controllo del tappeto volante e lascia persino la luna (faro guida onnipresente) indietro, decide di atterrare dietro la poltrona nel salotto di casa dove la mamma sferruzza.

Uscito da un giardino incantato che da triste durante il passaggio di Harold è diventato avventuroso, come in ogni fiaba che si rispetti, come volete che si concluda la fiaba di Harold se non con la richiesta di leggere una storia prima di andare a letto?

Ecco un nuovo elemento che diferenzia questo libri dal pirmo: compare una figura adulta, o meglio non compare perché non la si vede, Harold non la disegna – e d’altra parte non potrebbe perché la matita di Harold disegna solo ciò che esiste nel suo pensiero non ciò che esiste nella realtà! – ma alla fine la mamma c’è. Sappiamo per certo che è lì sulla poltrona che sferruzza (scusate ma siamo nel 1960 cosa volete che faccia una mamma di buona famiglia dopo cena?) e che sicuramente sarà pronta a leggere una storia al suo bambino prima di portarlo a nanna.

E da qui, se volete, possiamo ance ripartire in circolo ricominciando a leggere la storia di Harold dal primo libro immaginando che lui una volta in camera, prima di andare a letto, prenda di nuovo in mano la sua matita viola ed esca a fare un giro con la luna…

Un racconto nel racconto, una fiaba nella fiaba, tutto fatto di pochissime righe, nessun dettaglio, nessuno sfondo, nulla che non sia Harold e la sua fantasia che man mano si scopre a lui stesso prima ancora che a noi!

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