Cappuccetto Uf

Ci ho pensato a lungo… quale libro raccontarvi oggi, giorno della memoria che non potevo ignorare, tra i tanti proposti nella bibliografia?

Stavo proprio per alzare le mani e lasciar perdere ma poi mi sono convinta, vi racconto un libro che con buona probabilità non conoscerete e che invece secondo me merita di essere conosciuto.

Lui, lo scrittore, è Jean-Claude Grumberg; lui, il libro, è Cappuccetto Uf con la traduzione di Mirella Piacentini e le illustrazioni di Benjiamin Bachelier edito da Cleup, una casa editrice che solitamente non si occupa di questo tipo di pubblicazioni e forse per questo il libro è passato un po’ sottotono mentre si meritava ben altra attenzione.

La storia la conosciamo tutti. No, non quella di Cappuccetto Rosso da cui Cappuccetto Uf deriva e con cui gioca apertamente; ma la Storia, la conosciamo tutti, quella delle leggi razziali che proibirono agli ebrei, gli Uf (diminutivo spregiativo di Juif in francese) anche alcuni aspetti minimi ed essenziali della quotidiana esistenza nel volontario tentativo di privarli dell’identità umana.

Ecco allora che il Caporale Wolf, il lupo, costringe cappuccetto a togliersi la sua bella mantellina rossa lavata e stirata dalla mamma per mettere una malridotta mantellina giallo che è il colore degli Uf.

E poi arrivano l’analisi del documento, l’analisi dei cibi che Cappuccetto porta alla nonna, tutti requisiti e l’inseguimento fino a casa della nonna dove arriva la polizia non a prendere il lupo ma a cercare la nonna Uf…

E qui tutto si ferma. Là dove la Storia si fa più truce i due attori, perché siamo in una sceneggiatura teatrale, si tolgono la maschera e chiedono di tornare nella storia vera di Cappuccetto Rosso, di uscire dalla Storia insostenibile della persecuzione antiebraica e in genere razzista.

Il testo cambia approccio, si produce quello che Pirandello chiamò lo strappo nel cielo di carta, cade la terza parete, quella che separa pubblico e attori e la finzione dichiara di essere finzione.

Cosa c’è di strano in tutto questo? Che in realtà quella che stava mettendo in scena è stata Storia vera altro che finzione e la richiesta di rientro alla fiaba di fatto rovescia il rapporto tra realtà e finzione.

La metafora di Cappuccetto Uf regge benissimo alla prova di bambini e ragazzi dalla 3-4 primaria alle secondarie di I grado, lavorare alla messa in scena collettiva può essere un modo interessante per approcciare di travero la Storia della Shoah e in questa giornata mi piaceva proporvi una storia che può essere vissuta in prima persona dagli attori ma stando al riparo nei loro ruoli e che al tempo stesso conserva una ironia che permette qualche risata dove sembrerebbero impossibili.

Provare per credere!

Vi metto nel link seguente l’assaggio dello spettacolo che mettemmo in scena con il Museo ebraico di Venezia al teatro Momo con Mattia Berto e Sara Lazzaro.

Teste Fiorite