Golfo

Golfo di Robert Westall, tradotto da Sara Saorin ed edito da Camelozampa, è un romanzo che giustamente di premi ne ha vinti diversi. La sua originalità di narrazione non lascia dubbi nè scampo prestandosi a raccontare una storia scomoda e al limite dell’assurdo.

Il narratore in prima persona racconta l’incredibile storia di suo fratello, un alter ego tanto desiderato da prendere il nome dell’amico immaginario che l’ha preceduto nel suo cuore, Figgis. Siamo in una famiglia inglese “normalissima” come tante altre, il padre oltre a lavorare si scatena e dà il meglio di sè sul campo di Rugby, la mamma lavora, para e ripara la famiglia, lui, il narratore, è un bambino e poi ragazzo “normale” la sua vita procede all’insegna dell’ammirazione e amore per i genitori e qualche tratto di solitudine fino all’arrivo di Figgis che squarcia la quotidianità e soprattutto infrange ogni certezza.

Figgis ha delle “fisse” così vengono chiamate, ovvero capita che guardando qualcosa, anche solo in foto, scene di sofferenza sostanzialmente, si blocchi lì per giorni e giorni incarnando quella sofferenza e non potendosi più spostare da quella fissa fino a quando non si trova un modo per scardinare questa sorta di preoccupazione e sensibilità straordinaria, persino eccessiva che Figgis sembra avere.

Ma Giggis non è sensibile, soltanto, lui riesce ad incarnarsi nelle altre persone e creature che soffrono ed è così che durante la Guerra del golfo, mentre al telegiornale si raccontano le vittorie di americani e alleati sugli iraqeni Figgis inizia a svegliarsi di notte parlando perfettamente arabo e comportandosi esattamente come un soldato iraqeno, un civile soldato che combatte gli attacchi della guerra che è sempre impietosa e non ha mai ragioni d’essere.

E’ così che Figgis diventa Latif, e finisce dritto dritto in un ospedale psichiatrico dove solo il dottore ed il fratello intuiscono cosa sta accadendo e nel corpo e nella mente di questo bambino inglese in cui un’altra anima, un’altra identità ha preso il sopravvento.

Non vi racconto la fine, ma noto che è una delle pochissime volte che per parlarvi di un libro devo dirvi qualcosa della sua trama. Ma i libri non valgono per la loro forma e non per il loro contenuto?

Certo! Così è e così è anche qui, la storia, questa storia poi con un intreccio soprattutto psicologico così articolato non avrebbe mai potuto essere raccontata se non con una costruzione narrativa importante. Leggera tanto che, come deve essere, i suoi artifici narrativi non si sento e la lettura scivola via lasciandoci stupefatti per la storia. E poi se è vero che è la forma a dare valore alla narrazione è anche vero che il coraggio di riuscire a mettere in scena narrazioni di questo tipo non è così frequente e questo dà valore anche al contenuto originale.

E’ il secondo libro in pochi mesi, edito da Camelozampa che mi sorprende per… direi audacia narrativa, l’altro è Le catastrofi del giorno, entrambi della collana “Gli arcobaleni”, lasciandomi immaginare le facce dei professori che potrebbero e dovrebbero portarli nella biblioteca di classe. I ragazzi e le ragazze sono pronti, leggono e possono sostenere queste narrazioni basta dargliene la possibilità così come ai docenti è il caso di dare la possibilità di aggiornarsi sulle cose belle che l’editoria propone, un lavoro tutto da fare e che credo di importanza centrale, per la scuola ma soprattutto per i lettori ed ancor di più per i non lettori.

Teste fiorite