Il tunnel di Anthony Browne

Basterebbe dire che stiamo parlando di Anthony Browne per non dover aggiungere nulla a questo libro che si intitola Il tunnel e finalmente è arrivato in Italia grazie a Camelozampa con la traduzione di Sara Saorin.

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Ma siccome non si può perdere un’occasione ghiotta come questa per sperimentare quanto e come in lungo e largo si possa analizzare un libro ecco che qualcosina non posso esimermi dallo scriverla.

Quasi tutti i corsi che faccio, a costo di essere noiosa e ripetitiva, iniziano con una citazione di Roland Bathes da Il piacere del testo (Einaudi) che secondo me sintetizzano tutto il senso e la forza e persino la necessità del lavoro di critica e di analisi dei testi.

Se piantate un chiodo sul legno, il legno resiste in maniera diversa secondo dove viene attaccato: si dice che il legno non è isotropo. Nemmeno il testo è isotropo: i bordi, le crepe, sono imprevedibili […] bisognerà pure che l’analisi strutturale (la semiologia) riconosca le minime resistenze del testo, il disegno irregolare delle sue vene.

Continuando la metafora del legno, e lavorando sull’isotropia, Anthony Browne potremmo dire che fa dei libri in cui crepe e venature la fanno da padrone, in cui la cosiddetta “mise en abime”, letteralmente la messa in abisso, è cifra stilistica preponderante soprattutto delle illustrazioni agevolate e amplificate dalla pulizia e dal perfetto autocontrollo del testo che lascia spazi da riempire.

Il tunnel ha nella sua genealogia Nel bosco edito da Kalandraka e Ti cerco ti trovo, edito da Camelozampa – la presenza dei rami e tronchi contorti, quella dell’intrico familiare tornano nelle tre storie benchè ognuna poi si sviluppi in maniera diversa portando tuttavia sempre alla medesima, immancabile, catarsi senza la quale nessuno potrebbe sopravvivere alle storie messe in scena da Browne.

In Il tunnel due fratelli diversi e molto impegnati a battibeccarsi e darsi fastidio a vicenda, condividono il la curiosità della trasgressione e soprattutto il terrore della perdizione. Una perdizione fisica e psicologica, il tunnel è metafora e simbolo e correlativo oggettivo decisamente esplicito dell’attraversamento, un attraversamento che non è solo di ambientazione, fisico ma è un attraversamento di stato, di coscienza, di mondo.

Attraversando il tunnel – che come direbbe la Rosen non ci si può passare sopra non ci si può passare sotto ma bisogna passarci in mezzo – il fratello (che passa per primo impavido e sbruffone) e la sorella (che lo raggiunge per timore che si perda, tutto da vedere se il timore è per se o per il fratello) entrano in un’altra dimensione in cui gli alberi si contorcono quasi fossero mani, o anime dannate, la paura regna sovrana e i bambini vengono….pietrificati. Che i due protagonisti non abbiano nome mi pare scelta significativa e congeniale a fare di questa storia un’allegoria universale della condizione che viene messa in scena: il riferimento alle fiabe classiche, così come in Nel bosco, è esplicito sin dalla copertina in cui compare ai piedi della sorella che si appresta ad attraversare il tunnel, un libro di fiabe aperto alla pagina in cui una strega, possiamo immaginare, sta facendo un incantesimo ad una regina.

Il passaggio del tunnel comporta anche un cambiamento importante nell’impostazione figurativa: scompaiono i margini bianchi che ci davano la distanza e ci tenevano a distanza, e compaiono le doppie tavole piene in cui il mondo pauroso, immaginifico e angosciante del bosco che i bambini attraversano diventa il mondo del lettore che non ne è più “lasciato fuori” dai margini bianchi.

La sorella passa dall’altra parte del tunnel; in preda al panico corre alla ricerca del fratello, quanto è bella questa tavola in cui dalla velocità il rosso del cappotto (!!) si sfuma dietro la bambina è davvero difficile dire; ed ecco che quando lo trova, letteralmente impietrito, pietrificato, lo abbraccia riportandolo alla vita per poi scappare velocissimi fuori dal tunnel.

Cosa abbia pietrificato lo spavaldo fratello non lo sappiamo, che sia stata la paura o qualche sua impersonificazione, dalla strega malefica a Medusa, poco importa, quello che importa è che è la relazione che scioglie l’incantesimo e riunisce i bambini letteralmente provati da un’esperienza di cui porteranno segreto e traccia per tutta la vita come suggello della loro unione.

Si potrebbe ragionare molto a lungo su tutti gli elementi di questo libro, sui legami con gli altri dell’autore, sulla rete di riferimenti ad una intera tradizione culturale che va dal fiabesco al mitologico, persino sul linguaggio che metaforizza elementi che qui si trovano messi in scena dall’illustrazione.

Ma sarà il caso che qui mi taccia e mi fermi lasciandovi libero gioco di entrare, nascondervi e pietrificarvi nelle pieghe del del libro che molto ma molto caldamente vi consiglio di non far mancare nella vostra libreria domestica o, meglio ancora, scolastica.

Teste Fiorite