Prof, che cos’è la Shoah?

Una cosa mi è molto chiara, da molto tempo: il lavoro, il racconto, lo studio, la Storia della Shoah non possono essere relegati al mese di gennaio.

Dobbiamo schiodarci dal gennaio e dalla ricorrenza del 27 non solo perché è in qualche modo limitante per infiniti motivi, ma anche, anzi soprattutto, perché potrebbe addirittura risultare controproducente far apparire, anche se non volontariamente, anche se con le migliori intenzioni, ma di fatto, la Shoah come un elemento del programma di storia che arriva puntuale come un orologio.

Diciamo che il rischio di andare ad alimentare degli stereotipi invece di allontanarsi resta sempre lì in agguato se non si avvicina addirittura.

Vi chiedo scusa, mi rendo conto di star sostenendo una cosa piuttosto fastidiosa ma la questione mi sta troppo a cuore per indorare la pillola. Troppi troppi ragazzi e persino docenti ho sentito dire che Auschwitz è stata liberata dagli americani, che gli ebrei si riconoscono (nel presente) perché hanno scritto sulla carta d’identità che sono ebrei quando non hanno tatuata una stella gialla.

Che ci piaccia o meno sguazziamo in quel primo gradino alla base della piramide dell’odio e che si basa sullo stereotipo e pregiudizio.

L’antidoto a tutto questo sta, innanzitutto, nella conoscenza, nella conoscenza puntuale della storia possibilmente resa più vicina da una forma adeguata, da un linguaggio consonante.

Questo è quello che credo riesca a fare benissimo Prof che cos’è la Shoah? di Frediano Sessi edito da Einaudi ragazzi.

Un libro profondamente documentato e approfondito che si regge su una finzione narrativa interessante, ben fatta e funzionale: siamo in un dialogo epistolare (via mail e via chat) tra una ragazza che studia pianoforte a Berlino e la sua ex professoressa di storia a cui si rivolge per chiedere lumi il giorno in cui si sofferma, come prima non aveva mai fatto, sulla targa ricoperta di guano del memoriale della Shoah di Berlino.

La storia, ovvero il carterteggio che via via si arricchisce di studi e documentazioni molti approfondite perché la protagonista cerca sempre più di entrare dentro la Storia, è ambientata nel 1945, a 100 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, in un momento in cui, i riferimenti espliciti a questo sono moltissimi, la vicenda della Shoah e la storia della guerra sono stati quasi completamente dimenticati e il rischio di un rigurgito antisemita, xenofobo, razzista è dietro l’angolo agevolato, è espressamente scritto, dai continui tagli ai finanziamenti per la scuola e la cultura.

Moltissimo si potrebbe lavorare su questo libro ma su un paio di aspetti vorrei soffermarmi perché li trovo di particolare interesse specifico: il primo è di tipo narrativo, il secondo invece è legato all’organizzazione della documentazione.

Quello del carteggio è un espediente narrativo che viene giocato al meglio, non è lasciato indietro rispetto al contenuto da narrare: se fino ad un certo punto è la ragazza che chiede aiuto alla professoressa e da lei impara, poi i ruoli sembrano quasi invertirsi e quando la protagonista incontra chi la porta nell’archivio del memoriale di Berlino sarà lei a condividere informazioni importanti con la professoressa. Nel carteggio virtuale la vita reale del 1945 in una Berlino in cui i neonazisti non fanno mistero di esserlo, nemmeno tra le fila della polizia di quartiere, la vita si intromette arrivando a minacciare la protagonista che sembra star aprendo, con queste sue curiosità storiche che poi diventano impellenze di conoscenza, un vaso di Pandora che si preferiva tener ben chiuso.

Dal punto di vista invece della documentazione e della trattazione della materia, in questa che è un’opera narrativa di divulgazione, colpisce senza ombra di dubbio la precisione dei dati (che in questa materia deve essere ancor più solida e forte che per qualsiasi altra ma che spesso nei libri per ragazzi viene diluita) e il non aver rinunciato a dire niente, per davvero.

Ci sono l’eliminazione dei malati con il programma T4, gli esperimenti medici fatti in campo di concentramento, l’evoluzione delle tecniche di eliminazione, la condizione italiana con le sue specificità, le basi del pensiero negazionista, i processi ai carnefici e l’amnistia, e tutto ciò che vi può venire in mente ma anche, e questo è fondamentale e molto ma molto raramente fatto, un continuo tornare sull’evoluzione del processo e sulla base ideologica che ha condotto all’ascesa della piramide dell’odio. Quella nazista era, per loro un’utopia (distopia in senso stretto) tale per cui l’eliminazione di massa dei corpi estranei alla società per purificarla in vista della creazione di una nuova Europa non era vista come atto criminale ma come missione da portare a termine per raggiungere uno scopo superiore.

Ricordo una lezione di uno storico inglese bravissimo quando seguii il corso al Memorial de la Shoah di Parigi che paragonò la condizione psicologica dei nazisti, sotto il regime nazista, ad una forma di esaltazione ottenuta sotto l’effetto di una droga. Mi colpì moltissimo ma fu lì, con questa metafora che mai mi sarebbe passata per il cervello, che compresi quanto non avevo capito davvero sino ad allora ed anche alcune differenze fondamentali rispetto alla storia italiana.

Prof che cos’è la shoah non è solo un caposaldo nei libri dedicati alla shoah per i ragazzi, ma è un libro diretto, onesto, storico che fa il mestiere dello storico. Non si mescola la questione della memoria ma si resta sempre sul piano dei documenti, dell’accaduto.

Se pensiamo di essere davvero in un momento, come è il 1945 immaginato da Sessi, in cui il rischio del ritorno di pensieri e poi atteggiamenti razzisti, di distopie eugenetiche, di deliri di superiorità e tutto ciò che ne consegue, è dietro l’angolo, allora la prima cosa da fare è prendere in mano la Storia e raccontarla, tutta, per davvero, senza temere le domande ed essendo pronti a dare risposte, OGNI GIORNO DELL’ANNO, ad ogni età con le dovute cautele.

Teste Fiorite