Il dottor Dolittle

Il nome del dottor Dolittle credo che sia molto noto, anche solo per sentito dire, ai più; quanti, tuttavia, conoscono e leggono ancora i libri con le storie del personaggio inventato da Hugh Lofting che quest’anno compiono 101 anni?

Sì sì, avete letto bene, 101 anni perché la prima edizione del primo libro dedicato al dottor Dolittle venne edito nel 1920 anche se pare che il personaggio abbia fatto le sue prime comparse nelle lettere scritte dall’autore alle figlie mentre era in trincea durante la prima guerra mondiale. I libri di Dolittle sono una quindicina ed in Italia ormai da molti anni ne girano si e no due o tre titoli editi da diverse case editrici. De Agostini, ad esempio, in occasione della nuova trasposizione cinematografica uscita nel 2020 per il centenario del primo libro, ha riedito i primi due titoli, la piccola casa editrice Caissa Italia ha edito Lo zoo del dottor Dolittle. Ma il libro che vi voglio raccontare oggi è quello da cui tutto ha avuto inizio nell’edizione Feltrinelli con le illustrazioni di Ole Konneke, la traduzione di Christina Mortara ed una interessante nota di chiusura all’edizione.

E’ con Il dottor Dolittle che facciamo per la prima volta conoscenza col dottor John, con Gud-Gud, Ci-Ci, Jip e tutti gli altri animali che lo seguono in ogni avventura.

In origine, quando la narrazione si apre, John Dolittle è un dottore “vero” ovvero un dottore per umani non per animali, solo che la sua spiccata passione per le bestie che lo porta ad accoglierne in casa sempre di più allontana di clienti umani fino a quando proprio uno di questi gli suggerisce di fare il dottore degli animali visto che li comprende così bene. Dolittle va in rovina, spende tutto per curare animali anche senza padrone, la sorella lo abbandona e lui si ritrova a convivere solo con gli animali convinto che la pulizia sia tutto sommato un optional e che i soldi siano “una gran seccatura” (come dargli torto per altro).

Il fatto è che Dolittle non capisce gli animali come potrebbe comprenderli chiunque di noi vi si trovi in particolare empatia, lui comprende la lingua degli animali e siccome ci sono varie lingue e vari dialetti sono gli animali stessi che man mano rendono il dottore edotto di tutte le varianti linguistiche e non delle varie specie. Nella fantomatica cittadina di Puddleby in Inghilterra raggiungono il vecchio dottore col cilindro animali da tutte le parti del mondo e da tutte le parti del mondo arrivano a lui richieste di salvataggio da malattie ed epidemie. E’ così che Dolittle ed una parte dei suoi compagni animali arriva in Africa…

Non vi racconto la storia per intero, scoprirete tutte le avventure che lo aspettano per giungla mare e terra da soli, ma mi interessa soffermarmi sullo stile e costruzione narrativa di questo scrittore. La storia del Dolittle scivola spessissimo nell’assurdo e non certo perché parla con gli animali, questa è la finzione narrativa su cui si basa l’intera narrazione e che diamo per “normale” ed acquisita. No no, sfiora l’assurdo, lo lambisce, in ogni scelta incredibile di soluzione ai vari problemi che si pongono davanti al dottore. Non c’è nulla di impossibile nel mondo di Dolittle, gli animali arrivano in soccorso per qualsiasi cosa e così può veleggiare dall’Inghilterra all’Africa senza esser mai salito su una barca a vela, può scappare dai pirati facendo trainare la barca da milioni di rondini, può far assistere migliaia di scimmie malate dai predatori della giungla.

Come è possibile che accada?

Semplicissimo: accade perché tutto è mosso dalla gratitudine verso quest’uomo, spessissimo definito dagli animali “buono”, in evidente contrapposizione con altri uomini, che può guarire ogni malattia di qualsiasi animale e tutti gli animali sanno che chiunque di loro e dei loro figli potrebbe un giorno aver bisogno del dottore. Il mondo animale si pacifica e tiene uniti anche predatori e predati al passaggio di Dolittle in un’ottica di mutuo soccorso che convince persino il capo leone più refrattario.

Durante il viaggio in Africa ci sono, è vero, alcuni riferimenti ingenui e che oggi potremmo forse additare come razzisti, alle persone nere, un re cattivo e scemo, un principe che vuole diventare bianco altrimenti la Bella addormentata non lo sposa… e tuttavia sono d’accordo con la nota finale di questa bella edizione Feltrinelli in cui si sottolinea il contesto e l’epoca in cui il libro venne alla luce. Erano gli anni Venti, le colonie inglesi esistevano ancora, la considerazione e la conoscenza delle popolazioni Africane era molto lontana da quella di oggi. Insomma si tratta di elementi che senz’altro datano la narrazione (come spesso è accaduto in vari classici) ma che credo non compromettano il valore dell’opera soprattutto perché perfettamente amalgamanti in un contesto così incredibile, in cui tutto sembra possibile, e “buono”, che passano senza che gli venga attribuito valore morale.

Credo che i libri di Dolittle, in inglese disponibili anche in cofanetto con tutti i titoli, in Italia rappresentati, come si diceva, solo da qualche titolo, siano ancora oggi molto più che godibili per i giovani lettori che vi troveranno la magia di una creatura completamente avulsa dalle condizioni materiali cui tutto è possibile per puro ottimismo della volontà. Non c’è nulla, ma proprio nulla, a cui Dolittle non risponda con un “Va bene, vediamo cosa possiamo fare” con l’umiltà di un grande uomo che si mette a disposizione della società (animale in questo caso, ma non solo) ma anche con l’ingenuità di un qualsiasi bambino.

Ascolta l’incipit

p.s. non trascurerei la possibilità di fare una lettura in ottica animalista di questi libri in cui davvero gli uomini escono davvero malandati 🙂

p.p.s. Le illustrazioni di Konneke accompagnano degnamente il racconto con dei piccoli inserti figurativi in perfetta sintonia con la narrazione.

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