Le parole possono tutto

Vorrei, per alcuni libri, come questo, potermi concedere una doppia recensione, vorrei scriverla due volte perché vorrei leggere il libro da due diversi punti di vista (almeno due).

Ma non temete, non lo farò e condenserò, o almeno ci proverò, il tutto in questo post dedicato a Le parole sono tutto di Silvia Vecchini e Sualzo edito da Il Castoro.

Sara è la protagonista, una skater mica male, che sta attraversando un momento che definire difficile sarebbe decisamente riduttivo, la sua è una inconscia (mica poi tanto inconscia) ricerca di rinascita, di rigenesi, è il caso di dirlo, la ricerca di un altrove in cui accogliersi e farsi accogliere.

Una storia come tante, potrebbe sembrare, ma l’eccezionalità della costruzione narrativa, che poi diventa anche a tratti espediente iconografico, sta nel far ruotare tutto il percorso di Sara attorno ad un elemento decisamente atipico… l’alfabeto ebraico.

Conoscete l’alfabeto ebraico? Ha qualcosa di magico che trasmette senso di per sé, anche solo per la forma delle lettere, nella tradizione ebraica è dalle lettere dell’alfabeto che tutto, ma proprio tutto, ha origine.

Che ci fa una ragazzina in crisi con un alfabeto ebraico?

Lo interpreta a propria immagine e somiglianza, come le insegna a fare l’anziano confuso signore a cui tiene compagnia durante il sevizio sociale alla casa di riposo. Ad ogni lettera e ad ogni storia che il signor T, così si fa chiamare, le insegna, Sara fa corrispondere qualcosa di molto personale, arriverà persino a costruire il suo piccolo (inizialmente) Golem con la sua personale verità dentro.

Sara non plasma l’omino di creta sulle rive del fiume, come fece sulla Moldava il maharal di Praga 4 secoli fa, con la scritta EMET (verità) sulla fronte, ma la verità, la sua verità rispetto a ciò che sente, all’incidente che l’ha marchiata di cicatrici, e ciò che è accaduto con la sua migliore amica, la scrive su un foglietto che mette dentro il piccolo Golem.

Non sarà proprio una citazione letterale del midrash e tuttavia il Golem si anima e interverrà a salvare la vita di Sara molto meglio di quanto abbia fatto il “vero” Golem e infatti non ci sarà bisogno di trasformare Emet in Met, Verità in Morte, e di far “morire” questa piccola creatura di argilla, lui se ne andrà pacificato, da solo, concluso il proprio dovere avendo riportato un qualche equilibrio nella vita emotiva di Sara.

Sono ancora una volta le lettere dell’alfabeto che dettano la cadenza dei capitoli, ad apertura di ognuno corrisponde una lettera con la sua interpretazione, mistica e numerica e anche figurativa, a cui corrisponde un’ illustrazione di Sara.

Forse il titolo di questo bel fumetto di Silvia Vecchini e Sulazo si sarebbe anche potuto intitolare “Le lettere possono tutto” perché di fatto ruotiamo per tutto il tempo attorno ad esse, mentre le parole sono più che altro quelle che per molto tempo mancano, mancano a Sara che non riesce a dirle ( a suo padre, a sua madre, alla sua amica) e mancano anche in alcune tavole, come quella della creazione del Golem in cui proprio quando finalmente Sara scrive, il testo del libro tace. Le singole lettere erano in effetti già presenti nella vita di Sara che con la bomboletta se ne va per la città a fare tag sui muri che poi le costeranno quel servizio civile alla casa di riposo che le cambierà la vita.

Tra le cose che più ho amato di questo libro, e che in genere ritrovo nei libri di Silvia Vecchini, è la capacità di inserire con leggerezza e direi purezza di occhio, di mano, di intenti, elementi culturalmente molto definiti e specifici che incredibilmente diventano necessari alla narrazione. E’ l’alfabeto ebraico a necessitare la neo genesi di Sara perché è Bereshit la parola che ha dato inizio al mondo con la Bet che non è la prima ma la seconda lettera dell’alfabeto, così come Sara non nasce per la prima ma per la seconda volta.

Non vi pare molto bello questo intreccio che ha dell’ardito eppure viene via nella lettura, sicuramente anche grazie al fumetto scelto come linguaggio narrativo, con una facilità estrema?

Le parole, le lettere sono da sempre centrali nell’opera della Vecchini e l’alfabeto in particolare torna qui una seconda volta, in nuova forma, lingua diversa ma non può sfuggire che ci deve essere un legame tra l’alfabeto delle mani di Prima che sia notte (quello è un romanzo ma comunque le illustrazioni dell’alfabeto sono di Sualzo)e l’alfabeto di Sara in Le parole possono tutto. Sia nel romanzo che qui la rinascita inizia da dove necessariamente tutto ha inizio, o almeno tutto ciò che ci definisce come umani distinguendoci dagli altri animali: dal linguaggio. Un linguaggio che crea, un linguaggio che è poesia (un fare etimologiacemente) anche solo per questo.

Tutto torna insomma, mi pare, e io mi sono lasciata andare alla mia passione per la lingua, per l’alfabeto, per l’ebraismo anche, tralasciando altri lati del libro che pure avrebbero meritato di essere interpretati e raccontati. Ma qui arriva ognuno di voi, ogni lettore, a ciascuno la propria lettura e la propria interpretazione, io qui mi taccio e spero di avervi convinto, se già non ne avete avuto modo, ad incontrare questo libro (possibilmente anche l’alfabeto ebraico) e soprattutto a farlo incontrare!

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p.s. Se volete ascoltare la voce degli autori riguardo questo libro vi consiglio l’intervista di Piero Guglielmino che potete ascoltare qui.

p.s. Collegamenti libreschi a cui mi spiacerebbe rinunciare, vi segnalo Frantz e il Golem di Irène Cohen Janca e Maurizio Quarello, edito da Orecchi acerbo, e all’ Alfabeto ebraico di Corradini edito da Salani.

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