I segreti di Acquamorta. Delitto al lago

ovvero elogio di uno, o più, generi.

Buongiorno care teste fiorite e buon lunedì!

Oggi vorrei partire da un libro per ragionare su un genere letterario. Il libro che vi propongo è I segreti di Acquamorta. Delitto al lago di Fabio Geda e Marco Magnone con le illustrazioni di Marta Bertello edito da Mondadori, primo di una serie di romanzi devoti al genere giallo e noir su cui vorrei soffermarmi con voi.

Partiamo da questo Delitto al lago che apre la serie il cui secondo volume è atteso per dicembre. E’ qui che naturalmente incontriamo il gruppo di ragazzi protagonisti, l’ambientazione ed anche il tipo di narrazione che poi ritroveremo, mutatis mutandis, con tutta probabilità anche negli altri romanzi della saga. Siamo sulle rive del lago Acquamorta, in un tempo e luogo precedenti all’inizio della narrazione sappiamo che un ragazzo del gruppo di protagonisti, Orfeo, è scomparso nel lago senza esser mai stato ritrovato e da quel momento i suoi amici iniziano ad avere delle visioni soprannaturali. Orfeo, il nome ce lo dice chiaro e tondo, in pratica chissà perché inizia a fare da tramite tra il mondo suo, quello dell’aldilà (dove non sappiamo se è andato a prendere Euridice ma di sicuro è rimasto intrappolato) e quello della realtà dei ragazzi invischiati in questa storia. Grazie alle visioni i ragazzi scopriranno non solo quello che potremmo definire un delitto ma anche le sue cause e si troveranno di fronte alla responsabilità di fare una scelta tra ciò che sanno, che in qualche modo hanno scoperto, e ciò che deve essere pubblicamente svelato e raccontato.

Se mai mi soffermo sulla trama figuriamoci qui che siamo in un giallo… Segnalo solamente l’incipit ci introduce nell’intreccio che almeno all’inizio si articola in maniera volutamente disarticolata per presentaci i protagonisti così come sono prima che arrivino le visioni, prima che Orfeo torni tra loro in qualche modo: separati, distaccati, apparentemente senza nulla in comune.

Ragazzi qualsiasi. Questo siamo.

Non una banda e nemmeno grandi amici.

A dirla tutta, in comune abbiamo solo due cose.

Così inizia questo romanzo in cui Fabio Geda e Marco Magnone tornano a scrivere insieme dopo il successo della saga di Berlin e tornano a farlo scegliendo di nuovo di mettere insieme una saga, non un unico titolo, ed una saga di “genere” e proprio questo è il punto che più mi interessa anche se molto si potrebbe dire sulla scrittura, sulla costruzione dei personaggi, sul montaggio della storia (ma per questo vi consiglio anche di seguire il confronto tra i due autori e Alice Bigli pubblicato sul profilo Instagram di Fabio Geda e che potete rivedere qui.

I due autori hanno deciso di lavorare su un genere, anzi un doppio genere, che non solo attira moltissimo i giovani (ma anche non giovani) lettori ma che anche ha delle implicazioni narrative interessanti. Siamo a cavallo tra il giallo e il noir e se aveste dei dubbi vi basterebbe guardare i colori della copertina, la bordatura delle pagine, il nero predominante che fa sentire buio anche quando siamo in piena estate in piena luce in mezzo ai bagnanti del lago. Il giallo è quel genere capace di portarci emotivamente sulle montagne russe ma con la certezza di riportarci a terra sani e salvi; forse il genere più codificato per le proprie necessità intrinseche di costruzione del ritmo narrativo che deve governare l’attesa, la ricerca e poi la risoluzione. Però i due autori sanno benissimo che i ragazzi cercano ed amano il brivido e che di libri che fanno sentire freddo e accapponare la pelle, ben fatti ed adatti a loro, non ce ne sono molti in giro, anzi, ed allora ecco che il giallo si tinge decisamente di nero con in più l’elemento soprannaturale delle visioni.

Nel canone letterario i romanzi di genere, le saghe di genere ancora di più, venivano spesso tralasciati e considerati come paraletteratura, qualcosa di meno complesso dunque di meno valore, di più facile lettura più abbordabile da un grande pubblico dunque di meno autoriale ed autorevole.

Fortunatamente persino la critica adulta sta rivedendo da tempo questi stilemi decisamente poco aderenti alla realtà e nella letteratura per ragazzi in cui l’occhio ricezionista diventa più potente che negli altri approcci letterari, il romanzo di genere, naturalmente parliamo di romanzi di grande qualità ben scritti e ben costruiti, può essere un gancio importante per un lettore. Forte o debole che sia il gancio della lettura che un giallo può attivare è sempre una cosa buona e non solo qui i due autori lo sanno benissimo ma se le giocano proprio tutte le carte per costruire una buona lettura che risponda e corrisponda a desideri, aspettative, ricerche di lettura.

L’elemento figurativo che attraversa il romanzo, con le illustrazioni di Marta Bertello (il cui nome forse sarebbe stato bello trovare anche in copertina) aggiunge alla narrazione e soprattutto all’atmosfera narrativa un elemento di inquietudine in più. Grazie a queste pagine abbiamo anche noi, insieme ai protagonisti, le visioni, e la narrazione scritta trova un ulteriore elemento ritmico nel cambio di linguaggio dal testuale al visivo.

Insomma la saga de I segreti di acqua morta riesce a far venire il brivido, l’ansia, a trascinarci dentro la lettura per poi uscirne non rasserenati ma “ricomposti” sì, li gruppo, “risolto il caso” si ridiscioglie e torna alla propria quotidianità e così facciamo anche noi che chiudiamo il libro ed aspettiamo che qualche altra visione arrivi a riunire il gruppo e a proporci una nuova avventura. Ed in questo consiste anche uno degli elementi di fidelizzazione più forti delle saghe o semplicemente dei gialli con protagonisti che ritornano: la sicurezza di poter rivivere ciò che ci è piaciuto la prima volta sicuri però che se il libro è buono la storia non sarà la stessa, che le implicazioni non saranno le stesse e noi potremo goderci ogni volta una nuova narrazione con la ragionevole attesa di non venire delusi dalle attese.

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